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GIOIA
TAURO - LA STORIA -
I PARTE
Metauros (o Matauros), la città magno-greca da cui ha origine
Gioja Tauro, sorgeva sulla riva destra del fiume Metauro (oggi
Petrace) sviluppandosi probabilmente sull'altopiano coincidente
con l'attuale centro cittadino. La sua esistenza è stata provata
dai numerosissimi reperti archeologici conservati oggi al Museo
Archeologico Nazionale di Reggio Calabria nonché al Metropolitan
Museum di New York, qui portate sul finire del 1800 dai primi
emigranti. In quel periodo, infatti, si rinvennero delle
terrecotte architettoniche che vennero quasi subito disperse sul
mercato antiquario americano. Se ne auspica, da più parti, una
loro collocazione nel Museo della Storia e delle Tradizioni
Popolari della Città.
Nel 1956 e nel 1959, nel corso di due campagne di scavi promosse
dal prof. Alfonso de Franciscis, allora sovrintendente alle
Antichità della Calabria, vennero rinvenute, in contrada Due
Pompe, molte tombe di un complesso sepolcrale di età
ellenistico-romana.
La necropoli comprendeva 250 tombe ad inumazione e ad
incinerazione e molti sono stati i corredi funebri venuti alla
luce: anfore, coppe, lucerne, vasi geometrici, corinzi, jonici,
attici e romani, con prevalenza dell'hydria, un tipico vaso
greco con tre anse utilizzato per attingere l'acqua alle
fontane. Lo studio delle anfore, specie puniche ed etrusche,
potrà apportare un notevole contributo sui commerci tra Metauros
e le città del Mediterraneo.
In località Pietra furono invece scoperti i ruderi di una casa
romana, riconducibili con tutta probabilità al II secolo d.C.,
ove vennero ritrovati frammenti di condutture in piombo,
lastrine in marmi vari che decoravano lo stesso edificio e
numerosissimo materiale fittile come lucerne, chiodi e monete2
databili II – V sec. d.C.. Ancora nel 1959 sono state riportate
alla luce alcune monete, recuperate sul fondo del Petrace. Sul
retro di queste vi è una figura virile nuda, seduta su una
roccia con in mano una pàtera ed ha innanzi un cane con la testa
voltata indietro. In questa figura è da riconoscersi il fiume
Metauro divinizzato. Ulteriori testimonianze rilevanti
dell'esistenza di un centro abitato in periodo arcaico sono i
resti di un tempio greco, di un acroterio rappresentante un
gruppo equestre fittile databile 490-480 a.C., di due skiphos
calcidesi l'uno con scena di accecamento di Polifemo (530-510
a.C.) l'altro con scena della caccia al cinghiale di Calidone e
di pezzi di tegolini e di terracotta architettonica, tutti
rinvenuti nella contrada Terre della Chiesa.
Nel 1973, in contrada Due Pompe, sono stati eseguiti degli scavi
sotto la direzione della dott.ssa Elena Perotti e per conto
della Sovrintendenza di Reggio Calabria. Nell'occasione vennero
riportate alla luce i resti della necropoli, comprendente alcune
tombe, delle lucerne e monili vari. Nei secoli II-III a.C. la
necropoli è riusata, documentando così la presenza di un centro
anche in età imperiale.
L'anno successivo furono effettuati altri scavi sotto la
direzione del dott. Claudio Sabbione seguiti, nel 1975, ancora
dalla Perotti fino al 1977 anno in cui ulteriori scavi hanno
riportato alla luce 370 sepolture risalenti al VII sec. a.C. e,
nell'area portuale, sono stati scoperti dei resti neolitici che
potrebbero attestare un possibile rapporto di traffici
commerciali con le isole Eolie e la Sicilia. Gli scavi
continueranno fino al 1984.
Un totale di 1850 deposizioni a fossa ed incinerazione che
attesta di per sè la vastità territoriale e demografica
cittadina per quell'epoca. Sulla fondazione di Metauros i pareri
degli studiosi sono discordi. Pare doversi affermare che, dagli
oggetti rinvenuti nelle tombe quali le brocchette a corpo quasi
cilindrico piuttosto frequenti a Milazzo, Reggio, Zancle
(Messina) e Naxos, o le caratteristiche coppe con orlo
leggermente svasato, conosciute soltanto a Zancle, Metauros
fosse una sub-colonia di questa. E, quindi, alcuni la volevano
edificata dagli antichi Zanclei anche secondo la seguente
massima: "A Zancleibus Metaurum locatum, a Locrensibus
Metapontum, quod nunc Vibo dicitur". Altri ritenevano che fosse
stata fondata da Reggio d'accordo con quelli di Zancle (Messina)
e che passò sotto Locri dopo la battaglia sul Sagra (oggi Alaro)
del 548 a.C. contro i Crotoniati. Altri ancora hanno sostenuto
che venne solo colonizzata dai locresi (Metauria Locrorum
Aedificium).
E quest'ultima tesi viene considerata la più attendibile giacché
nel 673 a.C. venne fondata Locri Epizephiri (l'odierna Locri).
Trattandosi questa di una colonia di popolamento, la successione
rapida degli stessi insediamenti verso l'interno indica come la
colonizzazione sia divenuta una corsa all'accaparramento delle
terre migliori. Superata, poi, la catena montuosa e raggiunto il
versante ausonico (tirrenico) furono fondate altre colonie:
Locri stessa fondò Medma (Rosarno) e Ipponio (Vibo Valentia) e
si insediò in Metauros (Gioja Tauro).
La regione, non toccata fino ad allora da così imponenti
correnti migratorie, subì quasi un assalto, tanto era
l'entusiasmo, quasi pionieristico. Gli insediamenti furono così
intensi tanto che le zone di popolamento vennero denominate
Mègale Ellas (Magna Grecia) quasi a contrapporle, con gli spazi
aperti e le grandi realizzazioni operate dai coloni, alla
piccola Grecia metropolitana, dalle terre poco estese ed aride.
Chi veniva a colonizzare non era certo il fior fiore delle città
di provenienza; si trattava di avventurieri in cerca di fortuna,
pratica e senza scrupoli.
La rapidità e l'intensità degli insediamenti greci attestano che
si trattò quasi di un assalto concentrico, espressione di un
irresistibile vitalismo nel mondo metropolitano greco di quel
tempo. I coloni, guidati dall'ècista, importavano da Atene i
prodotti artigianali da smerciare nelle aree interessate:
bronzi, ceramiche, tessuti. A loro volta inviavano poi in patria
i cereali prodotti localmente dopo rapida messa a coltura. è
indubbio che tali scambi crearono condizioni di prosperità sia
in Metauros ed il suo comprensorio che in Grecia. Si verificava
così l'importazione di culti, idee, costumi, dialetti del mondo
greco che lasceranno un'impronta secolare nella zona.
Durante tutto il V' sec. a.C. le città della Magna Grecia,
specialmente quelle del versante tirrenico, formarono ben presto
una comunità così omogenea che fonti greche presentano come
gènos Chalkidikòn, rivelandone le attive produzioni artigianali
(le ceramiche, i bronzi, le grandi anfore attiche e corinzie che
servivano per il trasporto delle derrate quali vino ed olio), i
ricchi commerci e un notevole nonché vivace sviluppo culturale
ed artistico (ben noto il 'nostrò Stesicoro). Su città tanto
prospere e attive incombevano i popoli dell'entroterra
appenninico (i Lucani) e, a poco a poco che il nome del piccolo
popolo degli Itali venne ad allargare il suo significato
comprendendo via via gli autoctoni dell'attuale pro-vincia di
Reggio e poi in generale quelli dei due versanti (ac-comunandoli
nella regione denominata Italia, l'attuale Calabria), tali
popoli attirarono sempre più l'interesse di altri in relazione
anche e soprattutto alla integrazione etnica che erano riusciti
ad effettuare.
LA ROMANIZZAZIONE
Intorno al 445-400 a.C. Metauros venne invasa dai Bruzii (o
Bretti, gruppo staccatosi dai Lucani) e, essendo una città di
confine tra la Repubblica di Locri e quella di Reggio, venne
continuamente devastata. Nell'agosto 1986 è stata scoperta, sui
Piani della Corona presso Bagnara, una fortezza risalente al V
sec. a. C.. Nel 406 a.C. giunse al potere, appoggiato dai ceti
popolari, Dionisio il Vecchio (detto il Grande) che si preoccupò
innanzitutto di affermare il proprio dominio sulla Sicilia
orientale, poi intraprendendo una sistematica azione intesa a
cacciare i Cartaginesi dalla Sicilia. La pace con Cartagine, del
392 a.C., che gli assicurò il controllo di Selinunte ed Imera,
non gli impedì di rivolgere le sue mire verso la Magna Grecia.
Nel 386 a.C. conquistò Reggio, a causa dell'affronto subìto
quando, richiesta in moglie una nobile fanciulla della città, i
Reggini sprezzantemente gli avevano mandato la figlia del boia.
Si alleò, quindi, con Locri (dove sposò Doride) e, con i Lucani,
conquistò tutto il Bruzio e Metauros, città di confine, non
venne distrutta.
Nel confuso intreccio degli avvenimenti circa la successione a
Dionisio il Grande del figlio Dionisio il Giovane e della
tentata conquista della Magna Grecia ad opera prima di Archidamo,
re di Sparta, nel 341 a.C., poi dal suo successore Alessandro il
Molosso, re dell'Epiro, nel 333 a.C., cominciò al-lora a
comparire, nei fatti della Magna Grecia, anche il nome di Roma.
La stessa Roma aveva già improntato rapporti di amici-zia e di
rispetto col mondo greco del tempo, anche per la sug-gestione
che le veniva da una civiltà superiore.
I Romani, già attestati nel Sannio, non erano interessati alla
conquista delle città magno-greche né avevano intenzione di
cambiare atteggiamento. Sennonché, nel 282 a.C., la città di
Thurii11, minacciata dai Lucani, anziché rivolgersi a Taranto
per aiuti con la quale aveva buoni rapporti (anche per la
diversità di regime aristocratico e democratico che la
governavano) li chiese a Roma e questa decise di intervenire. I
Lucani vennero ricacciati anche con l'ausilio di una squadra
navale che appoggiava le operazioni dal mare.
I Romani, quindi, installarono una guarnigione a Thurii: altre
guarnigioni furono accolte a Reggio, Locri, Ipponio (Vibo
Valentia), Kroton (Crotone) e Metauros. Due anni dopo, nel 280
a.C., Pirro, re dell'Epiro, sbarcò a Taranto. La Magna Grecia si
alleò prontamente dalla sua parte, dopo che il re fece promessa
di lasciare l'Italia a vittoria con-seguita contro Roma.
Dopo alterne vicende, Pirro decise di chiudere la partita con
Roma offrendo pace a condizione che fosse garantita
l'indipendenza ai Tarantini e agli altri Greci e che gli Italici
(Lucani, Sanniti e Bruzii) fossero reintegrati nei territori che
i Romani avevano precedentemente occupato. Ma ogni prospettiva
di pace svanì nel 278 a.C. al-lorquando una squadra cartaginese
al comando di Magona, forte di 120 navi, si presentò avanti ad
Ostia a scopo dimostrativo ed un nuovo trattato, il quarto,
venne concluso fra Roma e Cartagine col quale le due potenze
prendevano l'impegno di concludere la pace con Pirro solo di
comune accordo e la implicita conferma dell'egemonia romana in
Italia e di Cartagine in Sicilia.
L'urto successivo tra le due potenze, divenuto inevitabile dopo
l'insediamento romano nella Magna Grecia, si prolungherà per più
di un secolo e sancirà alla fine per Roma, e indirettamente per
i suoi alleati d'Italia, il rango di potenza incontrastata
nell'intero Mediterraneo. Nel 265 scoppiò la prima guerra punica
e l'anno seguente il console Appio Claudio giunse a Rhegium
(l'attuale Reggio) e da qui a Messina quando già in questa
località la guarnigione cartaginese si era allontanata.
La rapida penetrazione in Sicilia non si presentò
particolarmente difficile dovuta forse alle arti della
diplomazia e della propaganda. Era sul mare che le cose andavano
diversamente. Roma, mai stata potenza marinara (eccezionalmente
era intervenuta dal mare a Thurii nel 282 a.C.), si trovava in
difficoltà per mancanza di flotte. Allora nei cantieri delle
città costiere di Ipponio, Metauros e Rhegium si lavorò
febbrilmente per più mesi per approntare quinqueremi e triremi
sul modello, queste ultime, di una nave cartaginese catturata.
Si addestravano anche gli equipaggi, circa 30000 rematori
arruolati in gran parte tra i contadini Italici, e per
guadagnare tempo questi impararono a remare a terra seduti sui
lidi e nello stesso ordine in cui si sarebbero poi sistemati
sulle panche delle navi.
Nel 219 la seconda guerra punica fu per il Bruzio e la Città
l'ultimo tentativo di Annibale di togliere dall'ambito romano la
popolazione italica. I Romani iniziarono nel 209 la riconquista
e la battaglia del Metauro13 del 207, con la morte di Asdrubale,
tolse ad Annibale ogni possibilità di ripresa. Con la pace del
201 a.C. il dominio romano si estese a gran parte del bacino
occidentale del Mediterraneo. I Romani provvidero a punire i
popoli che avevano col-laborato con Annibale. Furono implacabili
con i Bruzii, che in gran parte sterminarono e dispersero,
riducendo ai servizi più umili i pochi superstiti.
I rapporti con le città ed i popoli rimasti fedeli continuarono
ad essere regolati dagli antichi patti. La romanizzazione non
era soltanto un fatto politico quanto piuttosto un fatto
culturale di grande portata. Metauria (non più Metauros), Medma
(Rosarno), Locri Epizephiri (Locri) e Rhegium (Reggio Calabria),
alleate con Roma, sottostavano perciò agli obblighi di questa
che limitava le città ai soli settori militari e della politica
estera; l'indipendenza delle città era rispettata da Roma, nè la
stessa Roma poteva imporre tributi ed oneri. Finita la terza
guerra punica, le popolazioni locali "ottennero con la legge
Giulia, la desiderata cittadinanza romana". Questo traguardo
venne raggiunto dopo una cruenta guerra (90-88 a.C.) contro Roma
in seguito alla costituzione della Lega Italica. L'avvenimento
viene ricordato come guerra Sociale cui seguì la Civile e la
Servile. Metauria venne considerata terra di conquista e perciò
come "ager publicus populi romani" poteva essere venduta o data
in affitto o assegnata a coloni o, ancora, donata ai veterani
dell'esercito romano. Intanto la via Popilia, costruita su
ordine del console Publio Popilio nel 130 a.C., aveva
determinato nella zona un nuovo impulso di sviluppo dal momento
che per quasi dieci anni le guerre a intermittenza avevano
distrutto le città e le campagne. Più tardi, nel 77 a.C. vennero
eseguiti nuovi impianti urbani con sistema ortogonale, con
lavori di canalizzazione delle acque, fognature e sistemazione
della rete viaria.
I finanziamenti provennero, presumibilmente, dai bottini di
guerra che Silla aveva portato dall'Oriente. Nel 29 a.C.,
proclamato Cesare Ottaviano Augusto quale imperatore della
Repubblica Romana, il territorio dell'impero venne diviso in
circoscrizioni amministrative. Tutta la costa occidentale della
Calabria, la Brezia, compresa nelle quattordici provincie
imperiali, formò una regione di-stinta ed indipendente della
Magna Grecia. Reggio e Locri, fa-cendo parte di questa
provincia, non furono più in contrasto tra loro poichè i
territori di loro competenza non erano più delimitati dai fiumi
Metauro (Petrace) e Alex (Amendolea) mentre la città di Metauria,
sotto il regno del conservatore Tiberio (14-37 d.C.), divenne
"una semplice stazione navale col nome del vicino fiume Metauro".
Il successore di Tiberio, Gaio Cesare, passato alla storia col
soprannome di Caligola, per via dei calzari che indossava, fece
sperare ad un ritorno all'atmosfera distesa del tempo di
Augusto. Ben presto le speranze in questi riposte svanirono
subito a causa della totale mancanza di preparazione adeguata
alle responsabilità di governo e rendendosi responsabile di
enormi sprechi finanziari dovuti al preciso intento di
perseguire l'idea di una monarchia a base religiosa di tipo
faraonico. Per uscire da tale situazione, un gruppo di ufficiali
e di liberti di palazzo, guidati dal tribuno del pretorio Cassio
Chrerea, congiurarono contro Caligola che venne ucciso nel 41.
Dopo questa 'parentesì, nel 69 d.C., Metauria, Taurianum
(l'odierna Taureana fondata in quel periodo) e Rhegium, si
rianimarono anche con la fusione di villaggi contigui fino al
166, anno in cui si manifestò la peste.
I cittadini metauriensi ripararono presso Taurianum posta su una
leggera altura e abbastanza lontana dalle zone paludose.
Successivamente, nel 189 d.C., una nuova ondata di pestilenza,
determinò l'allontanamento definitivo della popolazione.
LA CADUTA DI ROMA E LE INVASIONI STRANIERE - LE INVASIONI
BARBARICHE
Alla data convenzionale dell'inizio del Medioevo, Metauria si
trovò nella periferia barbarica della "Nova Roma"
(Costantinopoli, l'odierna Istanbul). Avendo occupato Roma il 24
agosto del 410 d.C. Alarico, re dei Visigoti, non riuscendo ad
avere un insediamento stabile in Italia, si trasferì nel
meridione ma, ammalatosi durante il passaggio dalla Puglia al
Bruzio, si ammalò e morì a Cosenza l'anno seguente. Nel 476
l'Italia si consegnava ad Odoacre, re degli Eruli, Sciri, Rugi e
Turlingi.
Nella primavera del 568 Metauria venne invasa dai Longobardi che
la devastarono e distrussero costringendo gli abitanti a
riparare nella Piana21. Le condizioni di questa terra erano poco
felici e incombevano su di essa gravi minacce ad opera dei
Saraceni. Più tardi neppure Carlo Magno nel suo grande acume
po-litico si renderà conto dell'importanza di quel pericolo nè
provvederà a fronteggiarlo adeguatamente. Dalla fine del VI sec.
perciò e fino agli inizi del Mille, la popolazione si tenne
lontana dai resti di Metauria a causa delle continue scorrerie
dei pirati saraceni che raggiunsero l'apice nell’883; i
superstiti si erano diretti all'interno, proprio dove il Marro
si ramifica nella montagna. Qui avevano fondato Metau-rianova
che, col passare del tempo, divenne Terranova.
L'occupazione saracena, stabile e ben organizzata, ridusse i
pochi abitanti alle condizioni di vassalli (dsimmi), mentre la
vicina Sicilia (già sotto gli Arabi) servì di base per
incursioni nella regione e nell'Ausonio (Mar Tirreno). Gli
invasori furono indirettamente favoriti dalla disgregazione del
ducato longobardo in quanto l'anarchia generale spingeva i
singoli a cercare appoggi dal di fuori. Così i Saraceni poterono
stanziarsi a Metauria distruggendo chiese e monasteri vicini,
imponendo forti taglie sugli abitanti e via di seguito. Subito
dopo l'anno Mille, ripresero le scorrerie spingendosi anche
all'interno, ma un fatto nuovo era destinato a mutare il corso
degli eventi futuri. I Saraceni, nel 1004, saccheggiarono Pisa.
Per tale motivo, i Pisani (allora notevole potenza marinara)
nell'agosto del 1005, al largo della costa del golfo di Gioja,
distrussero la flotta saracena in una memorabile battaglia
navale che determinò l'abbandono di ogni velleità di ritentare
gli assalti in Calabria e, soprattutto a Reggio, Metauria e a
Taurianum.
SVEVI
Nel 1057 il duca Roberto il Guiscardo (= astuto) si impossessò
di Reggio e l'anno seguente suo fratello Ruggiero occupò tutto
il versante occidentale a nord di Reggio. Dopo varie contese i
due fratelli decisero di condividere la signoria; Roberto
assunse la sovranità dei territori conquistati e della Puglia
(occupata nel 1053), mentre Ruggiero, col titolo di Conte della
Calabria, stabilì la sua residenza a Mileto nel 1058 (tota
Calabria in cospectu Guiscardi Ducis et Rogerii fratriis sui
sedata siluit). Quest'ultimo, nell'occupare il versante
occidentale reggino, distrusse il castello di Mileto, assediò
Oppido e poi nella Vallis Salinarum (o Valle delle Saline, come
veniva anticamente chiamata la Piana di Gioja Tauro) sbaragliò
completamente coloro che gli si erano opposti. Roberto, audace
quanto abile, si rese subito conto che urgeva coordinare le
varie signorie normanne che andavano costituendosi ed era
necessario dare un riconoscimento legale a quello che era stato
occupato con fortunati colpi di mano: ma a chi rivolgersi? I due
imperi erano contrari, perché quello orientale era danneggiato
dalla avanzata normanna e quello d'Occidente non avrebbe mai
rinunciato alle sue pretese di sovranità su queste terre;
d'altra parte era prematuro sperare in un appoggio del papato,
assai legato all'impero e preoccupato dei nuovi, potenti,
vicini. Altre circostanze modificarono la situazione.
Nel 1081, morto Roberto il Guiscardo, Ruggiero divenne conte
della Sicilia e delle altre terre che allora erano sotto il
dominio del fratello. Ai Normanni successero gli Svevi intorno
al 1100 con Federico II. Si ebbe così una divisione del
territorio Bruzio in due 'capitanerie generalì: dal Tronto a
Cosenza e da qui alla estremità della Sicilia. Undici
giustizierati fra i quali la Val di Crati, la Terra Giordana e
la Calabria, retti da capitani, da notai, ecc. (nelle città
considerate proprietà demaniali esercitavano il potere i 'baiulì
e i giudici eletti dal potere centrale). In questo periodo
(1100-1271) non vi è alcuna traccia della Città con la
denominazione di Metauria. Riappare nel 1271 in un registro di
Carlo I d'Angiò in cui si rileva che il vescovo di Mileto
possedeva i tenimenti di 'Vita e chalà in Johe (nome attribuito
a Metauria) ed un certo Raymundo de Gentumvilla, custode delle
foreste, veniva ammonito a non molestarlo.
Allo stesso Gentumvilla venne affiancato nella custodia di dette
foreste un certo Enrico Vulnay, valletto e familiare del Re. In
questo periodo si rilevano atteggiamenti di sovrani meridionali
che vanno ricordati per quanto rappresentanti di ideali politici
voluti e perseguiti pur nella convinzione di una pre-vedibile
sconfitta o nella speranza di una difficile affermazione. La
rivolta dei Vespri aveva acceso l'animo di Carlo I il quale,
dopo un tentativo, fallito, di conquistare Messina e dopo aver
subìto una pesante sconfitta il 14 ottobre 1282 nel golfo di
Gioja, affidò il comando delle sue truppe al figlio Carlo II
che, non molto tempo dopo, si accampò col suo esercito nella
Piana. Il 30 marzo 1283, nell'imminenza dell'invasione
aragonese, questi convocò in Johe un "parlamentum" a cui presero
parte, oltre al pontefice Onorio IV, dignitari, ecclesiastici,
feudatari e rappresentanti della Città e del circondario.
Nell'occasione furono approvati una serie di norme (47 capitula).
Un mese dopo Carlo II si ritirò presso Nicotera e qui vi rimase
per sette mesi attendendo l'occasione favorevole per attaccare.
Fu, invece, l'esercito aragonese a muovere per primo nel giugno
1284 attestandosi a Johe ove i soldati vennero colpiti dalla
malaria.
LA SUCCESSIONE ANGIOINA
Nel registro di Carlo II d'Angiò del 1305 Johe figura come
possedimento di Ruggiero di Lauria e seguì, pertanto, le vicende
del casale di Terranova. Non molto tempo dopo il possesso è di
Nicolò Joinville. Alla morte di Carlo II, avvenuta il 5 maggio
1309, Roberto d'Angiò detto il Savio gli succede subito dopo. Al
Savio successe il figlio Carlo e la morte di questi facilitò
l'allontanamento dalla Città, e dalla regione tutta, del
controllo angioino. Non rimanevano allora, come eredi diretti di
Roberto, che due figlie di Carlo, ancora bambine, Giovanna e
Maria, mentre invece abbondavano i parenti collaterali. è ben
comprensibile come gli appetiti dei parenti volgessero a
influenzare Roberto per una decisione circa l'eredità della
corona.
IL QUATTROCENTO L REGNO DI LUIGI I D'ANGIO'
Nel regno di Luigi I d'Angiò (o Lodovico), Roberto Sanseverino
aveva ottenuto il contado di Mileto. Egli fu ciamberlano e
maresciallo del regno e, dopo avere ereditato il casale di
Terranova dalla zia materna Margherita di Laurìa (o dall'Oria,
tra l'altro sposata a Nicolò Joinville) nel 1341, ebbe il
possesso di Gioja che continuò ad essere tenuta da suo figlio
Ruggiero e poi da Roberto nel 1390 e dal suo erede Enrico
Sanseverino, detto il Ribelle, conte di Terranova e signore di
Gioja che venne ucciso nel 1422 per ordine del re Ladislao.
L'anno seguente lo stesso Re concesse i possedimenti a Saladino
Sant'Angiolo (o Santangelo) e, alla morte di questi, non avendo
nessun erede, nel 1425 la regina Giovanna II li donò a Ser
Gianni Caracciolo cui successe il figlio Tommaso, marchese di
Gerace e conte di Terranova, che cospirò contro Alfonso il
Magnanimo e suo figlio Ferrante, duca di Calabria. Scoperta la
cospirazione e imprigionato il 14 agosto 1454 a Castel dell'Ovo
a Napoli, venne istruito un lungo processo dove vennero
ascoltati ben 32 testimoni giunti dalla Calabria, dando al
Caracciolo ampie possibilità di difesa. Il processo iniziò nel
1455 e due anni dopo, il 13 dicembre, il Caracciolo venne
condannato a morte per decapitazione, pena commutata poi in
carcerazione a vita.
LA CONGIURA DEI BARONI
Alfonso 1'attirò a sè Carlo Ruffo, conte di Sinopoli,
affidandogli l'incarico di conquistargli la Calabria, ma questi
fallì nell'impresa. Fu soltanto il valore e l'abilità di Antonio
Centelles (o Centeglia) che riuscì a sottomettere l'intera
regione per l'aspirante Re. Infatti, nel 1443, Alfonso salì al
trono ed il Centelles - ribellatosi a lui - sollevò i partigiani
angioini in Calabria. A favore di quest'ultimo intervennero i
capitani di Renato d'Angiò conte di Provenza: Giovan Battista
Grimaldi e Baldassino i quali, tra l'altro, distrussero e
incendiarono Gioja nel 1444. Alfonso mise fine alla rivolta,
perdonò il Centelles lasciandogli solamente il possedimento di
Gerace (non a caso il Re veniva soprannominato "il magnanimo").
Ed infatti, il 10 febbraio 1449 concesse a Giovanni d'Alagno
(fratello della sua bellissima amante) "la gabella della grana
sei per onza e scafaggio del mare nella marina della terra di
Gioja con il possesso di Borrello e di Rosarno. Morto Giovanni
d'Alagno nel dicembre 1452, la gabella divenne appannaggio del
fratello Ugo che, il 5 maggio 1455, fu nominato Gran Cancelliere
del Regno nonché conte di Borrello e di Gioja.
Il 23 gennaio 1453 Alfonso 1' concesse a vita alla famiglia
Toraldo la stessa gabella, non più di sei grana per onza, ma di
quindici. Si ha notizia che solo nel 1455 un rappresentante
della famiglia Toraldo si presentò per riscuotere direttamente
tale tributo.
L'EREDITA' DI ALFONSO IL MAGNANIMO
Il Magnanimo ha un motivo specifico per potenziare il Regno:
riunire i due tronconi (quello continentale e quello insulare
divisi dal 1282), per il quale veniva di solito adoperata la
formula Siciliae Ultra Pharum e Citra Pharum o, pure, Utriusque
Siciliae, e lasciarlo al figlio naturale Ferdinando (detto
Ferrante) natogli nel 1423. Prima di morire, il 1° gennaio 1458,
Alfonso donò i beni confiscati di Tommaso Caracciolo (la contea
di Terranova coi casali di Gioja e San Giorgio) a Marino
Correale già conte dal 1443. L'eredità per l'illegittimo
Ferrante non fu facile; i nobili locali - favoriti oltre misura
dal padre per averli amici - si mo-strarono insoddisfatti e
Ferrante dovette ridurre il peso fiscale per tenerli buoni per
qualche tempo. Gioja passò nel 1479, per 80.000 ducati, sotto il
dominio del barone Aniello Arcomone (o Arcamone). Fu il nuovo
papa, Innocenzo VIII, ad attizzare il fuoco della ribellione
baronale contro il Re, anche perchè si verificò uno sperpero di
risorse che, obbligando Ferrante ad inasprire la pressione
fiscale, preparò il terreno alla famosa 'Congiura dè Baronì dal
Re spietatamente repressa tra il 1485 ed il 1486.
Già il 7 giugno 1484 Ferrante ordinava ai vassalli di Gioja,
Terranova e Policastro di giurare fedeltà al suo inviato Giovan
Antonio Petrucci, conte di Policastro e confermava il possesso,
due anni dopo, a Rainero de Marzano di una casa con giardino a
Gioja ed un vigneto a Terranova pervenutigli in dono dallo
stesso Petrucci e dal padre di questi, Antonello. Tra i ribelli
vi è Antonello Petrucci, segretario del Re e cognato di Aniello
Arcomone, Pirro del Balzo, principe di Al-tamura, ed i fratelli
Sanseverino. L'11 marzo 1487 Ferrante donò la Città a Ludovico
il Moro, come ricompensa per averlo aiutato nella risoluzione
della congiura e, nel maggio dello stesso, fece arrestare il
barone Arcomone. Finchè visse Ferrante tutti i baroni rimasero
in prigione ma poi, con Ferdinando II, vennero liberati nel
febbraio 1495.
LE GUERRE FRA GLI SPAGNOLI ED I FRANCESI
A Ferrante successe il figlio Alfonso, duca di Calabria il quale
conferiva, il 10 aprile 1494, a Marino Pantano la patente di
capitano delle terre di Terranova e di Gioja. Quell'anno,
nell'impossibilità di trovare in Italia adeguati consensi, per
estendere i suoi poteri in tutta la penisola, Ludovico il Moro
si rivolse al Re di Francia, Carlo VIII, che dai baroni
napoletani era sollecitato ad un'azione contro la monarchia
napoletana. Con tremila soldati ed un reggimento di fanteria
Carlo VIII scese in Italia senza trovarvi resistenza,
nell'agosto 1494, e ordinò che fossero sospese le entrate
fiscali di Ludovico il Moro a Gioja e Rosarno. Inutile fu, il 22
febbraio 1495, l'abdicazione di Alfonso II in favore del figlio
Ferrandino (Ferdinando II).
Il 20 marzo Carlo VIII, temendo di rimanere chiuso nel sud della
penisola, se ne ritornò in Francia lasciando le forze militari a
presidiare il Regno incaricandovi il capitano generale, duca di
Montpensier, Gilberto. Eberardo Stuart (Monsignor d'Aubigny),
nominato da Carlo VIII Gran Connestabile del Regno, venne invece
incaricato di governare la Calabria. Ferdinando II nutrì, allora
forti speranze per la riconquista del Regno e, alleatosi col
generale dell'armata veneziana, Antonio Grimani, riconquistò
dapprima la parte più a sud della Calabria (l'attuale provincia
di Reggio). Il re Ferrandino ed un suo generale, Consalvo, si
diressero, nel giugno 1495, alla volta di Seminara con un
esercito di 6000 uomini dove da lì a poco sarebbe avvenuta una
"orribile e sanguinosa battaglia, con grande uccisione di
Francesi" (a loro volta 400 corazzieri e 800 cavalleggeri); la
città venne riconquistata da Ferdinando II "con grande
allegrezza di tutti i cittadini. Lo scopo di Ferrandino e
Consalvo era di occupare tutta la regione e puntare con tutte le
forze a Napoli. Monsignor d'Aubigny, governatore della Calabria,
intese le intenzioni dei due e, facendo giungere dalla Lucania
il capitano Persio d'Alegra, s'avviò anch'egli da Terranova (ove
dimorava) verso Seminara.
Quest'ultimo, giunto presso San Leo, volle sfidare Ferrandino.
Il Re accettò, convinto (come erroneamente gli fecero credere le
spie) che il suo esercito fosse numericamente più forte di
quello francese, ed intraprese la battaglia il 21 giugno 1495,
sebbene il gran capitano Consalvo avesse tentato più volte di
dissuaderlo. Ferrandino attestò le sue truppe sulle sponde del
Petrace, di fronte a d'Aubigny, disponendovi a sinistra i fanti
e la cavalleria a destra, come un'ala, in attesa della prima
mossa del nemico. Lo Stuart e d'Alegra schieravano gli Svizzeri
contro gli Spagnoli, disposero che le compagnie Calabresi si
stabilissero alle spalle per proteggerli e, oltrepassato il
fiume, iniziarono le ostilità. Dopo aver subìto gravissime
perdite, il Re Ferrandino riconobbe l'errore commesso e dopo
aver riparato prima "a Palma (Palmi), che è in sul mare vicino a
Seminara, montato in sull'armata, si ridusse a Messina".
Consalvo rientrò a Seminara e, da qui, impossessandosi "di tutte
le cose di maggior prezzo, ricoverò a Reggio" dopo aver ricevuto
l'incarico dal Re di proseguire la guerra. Il territorio
ritornava in possesso di d'Aubigny che, già provato da una lunga
malattia, si stabilì a Gerace. Il Gran Capitano, fortificatosi a
Reggio, credette opportuno niziare la riconquista e, insieme al
cardinale d'Aragona, si addentrò per la Calabria occupando
Crotone, Nicastro, Seminara e Terranova nel febbraio 1496.
Consalvo non trovò resistenza e d'Aubigny pensò bene di
rientrare in Francia. Con la ritirata dei Francesi, Ferrandino
cominciò a riordinare il Regno ma non potè proseguire nel suo
intento poichè la morte lo colse giovanissimo il 7 settembre
1496. Gli succede lo zio Federico II d'Aragona in quanto non vi
erano eredi.
Questi (che sarà l'ultimo Re di Napoli) il 19 ottobre concesse
Terranova, con Gioja e San Giorgio a Vincenzo Caraffa, suo
maggiordomo54 (già possedimenti di Marino Correale fino al 1490,
anno della morte di questi a cui nessuno successe non avendo
avuto figli).
IL REGNO DI NAPOLI ALLA SPAGNA - L'INTERVENTO SPAGNOLO IN
CALABRIA
L'11 novembre 1500, Francia e Spagna conclusero il trattato
segreto di Granada, ratificato da Luigi XIì, duca di Orleans, e
da Ferdinando il Cattolico, con il quale si spartivano il Regno
di Napoli conquistato con le proprie forze. A Ferdinando spettò
la Calabria. Si svilupparono così le premesse poste dal primo
inter-vento spagnolo contro le truppe di Carlo VIII. Tutta la
vicenda si svolse in modo diverso da quello stabilito negli
accordi. Dopo l'entrata francese nel Regno di Napoli e la caduta
degli Aragonesi, francesi e spagnoli vennero a conflitto.
Nell'agosto 1501 Ferdinando il Cattolico, duca di Calabria,
cadeva nelle mani di Consalvo di Cordova. Il 12 aprile 1502
quest'ultimo otteneva in feudo perpetuo, da Ferdinando e da
Elisabetta, il casale di Terranova col titolo di duca, le terre
di San Giorgio e Gioja con tutti i casali e vassalli pertinenti
ad esse56 ed inoltre divenne, sempre in quell'anno, marchese di
Gerace, costituendo l'unica signorìa feudale calabrese che
avesse sbocchi sullo Jonio e sul Tirreno.
LA BATTAGLIA DI GIOJA (O DI SEMINARA)
Poco tempo prima, il 1' aprile 1502, nel determinare i confini,
tra il vicerè di Francia, Luigi d'Armignac (duca di Nemours) che
risiedeva a Napoli ed il vicerè Consalvo erano sorti dei dissidi
a causa della Capitanata. Il duca di Nemours non volle attendere
la risoluzione della vertenza tra i rispettivi sovrani e,
convinto della superiorità numerica delle sue forze militari,
occupò, il 19 giugno, la Capitanata. Consalvo riparò a Barletta
mentre nel frattempo monsignor d'Aubigny occupava la Calabria,
stabilendo un formidabile presidio lungo tutto il territorio
costiero di Gioja. In aiuto della popolazione della Piana venne
don Ugo di Cardona. Questi, forte di tremila fanti e di trecento
cavalli giunse a Seminara, col chiaro intento di aggirare
l'esercito francese. Si diresse, quindi, verso Terranova per
soccorrerla camminando per una pianura ristretta tra la montagna
(l'Aspromonte) e la fiumara (il Marro). I Francesi, superiori di
numero, gli andavano incontro dal Petrace, mirando a tirare gli
Spagnoli al largo. Costoro, intuite le intenzioni, mossero
contro l'esercito di d'Aubigny e sostennero una prima battaglia
che consentì loro di attestarsi a Terranova. In questa località
il Cardona, comunque, non si sentiva sufficientemente al sicuro
e, avuto notizia che i Francesi si stavano riarmando, decise di
spostare le sue truppe altrove. Ma, nella notte, d'Aubigny
attaccò: era il 26 dicembre 1502. Cardona riparò presso Gerace
dal momento che il suo esercito non era in grado di sostenere la
battaglia.
Nel conflitto perse la vita monsignor di Grignì; d'Aubigny,
anch'egli in pericolo, venne tratto in salvo dal principe di
Salerno, Sanseverino. Nel frattempo Consalvo, che si trovava
assediato a Barletta dal d'Armignac, venne informato
dell'accaduto. Il re Ferdinando preparato un esercito molto
forte mosse dalla Sicilia in aiuto del suo vicerè e, per la
popolazione della Piana, inviò dei rinforzi sotto gli ordini del
capitano Puerto Carrero (o Porto Carrero, della nobile famiglia
Boccanegra di Genova), tra l'altro cognato di Consalvo avendo
sposato la sorella di questi. Il Carrero fa appena in tempo a
sbarcare a Reggio poichè morirà subito dopo. Tuttavia riesce ad
affidare il comando delle truppe al capitano d'Andrada il quale
si dirige verso Terranova. Monsignor d'Aubigny, informato di
ciò, ritorna in questa località per espugnarla ma,
preventivamente, l'Alvarado59 si ritira nello stesso luogo dove
sette anni prima avevano combattuto Ferrandino e Consalvo. Il d'Aubigny,
riconosciuta la zona di San Leo e ritenendola un'ottima
occasione per iniziare le ostilità con gli Spa-gnoli, inviò ai
nemici un araldo, Ferracuto, riferendo loro con parole superbe e
offensive che li sfidava in battaglia. Fatto il passo, d'Aubigny
si ritirò in quanto gli Spagnoli si avvicinavano a Seminara e lo
minacciavano di fronte e dalla destra (da Terranova).
Don Ugo di Cardona era in prima linea insieme a Ferdinando d'Andrada
e al fratello Giovanni fatto arrivare con la fanteria. Monsignor
d'Aubigny attraversò il Petrace e si diresse verso Gioja nella
speranza di cogliere di sorpresa il drappello spagnolo che vi si
dirigeva e da dove poi egli, sosteneva, avrebbe potuto condurre
vittoriosamente la battaglia perchè il territorio era
pianeggiante. Il 14 aprile 1503 gli Spagnoli riconobbero le
insegne francesi e muovono anch'essi verso la Città. La
battaglia fu inevitabile ed il Corvagiale, giunto alle spalle
dei Francesi, fece tanta paura a costoro che lo stesso d'Aubigny,
disorientato, si ritirò rapidamente con le sue truppe. La
cavalleria di Ferdinando d'Andrada sconfisse Alfonso Sanseverino
nel momento in cui questi portava i soccorsi allo Stuart (d'Aubigny)
e, di lì a poco, anche il fratello Onorato subì la medesima
sorte. Sfuggito alla cattura, Monsignor d'Aubigny si diresse
nuovamente verso Gioja dove gli venne riferito che gli Spagnoli
gli stavano dando la caccia. Si avviò, quindi, alla sicura rocca
di Angitula (nei pressi di San Leo) insieme al capitano Malherbe
e lì venne assediato dal capitano d'Andrada che si attestò ad un
centinaio di metri dalla rocca stessa. Nel frattempo a Barletta,
Consalvo riesce a sbaragliare i nemici, grazie ai rinforzi
giunti dalla Sicilia e si avvia verso la Calabria. Ma, prima che
questi potesse giungere nella Piana ed affrancare le truppe del
capitano d'Andrada, monsignor d'Aubigny, informato di questi
sviluppi, decise di arrendersi nello stesso luogo che sette anni
prima lo aveva visto vincitore su Ferrandino e Consalvo stesso.
Era il 21 aprile 1503: Ferdinando il Cattolico restava padrone
di tutto il Regno mentre il 16 maggio seguente Consalvo entrava
a Napoli accolto dai deputati ed il giorno dopo, giurata fedeltà
al Re, venne nominato vicerè del Regno di Napoli. Sotto il
governo del Gran Capitano Gioja godette di un periodo di
serenità; venne fortificata ed i traffici si intensificarono
specialmente con i paesi dell'interno quali Pollistrine (Polistena)
e Terranova. Il 2 dicembre 1515 Consalvo moriva e (non avendo
avuto figli maschi) gli successe la figlia Elena nell'eredità
dei feudi di Gioja, Terranova, San Giorgio e Pollistrine.
Costei, il 3 dicembre dell'anno seguente presentò alla Corte
napoletana il 'releviò, una sorta di esercizio finanziario
dell'epoca, scrivendovi che le attività lavorative nei boschi di
Terranova e Gioja avevano reso 166 ducati netti.
LE INVASIONI DEI PIRATI E DEI CORSARI
ASSALTO A REGGIO
Il 28 agosto 1511 i pirati turchi fecero la loro prima
apparizione allorquando, sbarcati a Calamizzi con una flotta di
sessanta legni e guidati dal terribile Ariadeno Barbarossa,
assaltarono Reggio e la assediarono per tre giorni.
CARLO D'ARAGONA
Alla morte di Ferdinando d'Aragona, in quella accanita campagna
elettorale, Carlo (figlio di Filippo il Bello) riuscì a superare
tutte le incertezze e le perplessità ottenendo il voto unanime
dei principi elettori e, il 28 giugno 1519, venne eletto
imperatore col nome di Carlo V.
ASSALTO A GIOJA
Nella notte del 21 aprile 1535 Gioja venne attaccata dai pirati
ed i seguaci del Barbarossa ("un suo parente che si chiama
Cacciadiavoli"), riusciti a sbarcare da alcune galere
dell'armata in un punto imprecisato della costa, sostennero una
cruenta battaglia contro gli ottanta soldati del capitano
Francesco Ruiz che erano riusciti ad avvistarli. "Il capitano
appena vide ormeggiate dieci tra galere, galeazze e fuste, mandò
una parte dei soldati in avanscoperta. Questi furono fatti
prigionieri. Allora il Ruiz, con trentacinque archibugieri si
lanciò contro i pirati per tentare di liberare i suoi uomini e,
sebbene i nemici fossero oltre 500, attaccò ugualmente per non
demoralizzare i suoi soldati. Nello scontro che seguì quattro
uomini furono uccisi, dieci o dodici feriti ed altrettanti fatti
prigionieri. Questi, riscattati subito dopo, riferirono al
capitano che anche i Turchi ave-vano perso otto uomini ed i
feriti erano più di venti. Allora il Ruiz si ritirò su di
un'altura e, nel mentre i Turchi tornavano all'attacco, 'loro
vedendo la mia determinazione ritornarono indietro ad imbarcarsi
sulle proprie galerè"
Tuttavia, essendo stato informato da alcuni forzati che per la
notte era attesa una nuova incursione, il capitano Ruiz si fece
raggiungere da tutta la compagnia. Il 3 novembre Carlo V, a
causa delle frequenti scorrerie dei pirati, dopo aver visitato
Reggio e trovandosi ora a Seminara, ordinò che fossero
rafforzati i presidi delle città. Il vicerè di quel tempo, don
Pedro de Toledo, con or-dinanze del 1532-33, dispose la
costruzione di nove torri ubicate tra Capo Vaticano e Scilla
(tutto il Golfo di Gioja Tauro) da cui si sarebbe potuto dare in
tempo l'allarme all'apparire delle galere turche e algerine. Le
prime torri vennero completate nel 1565.
Intanto nel 1540 Gioja, Terranova, San Giorgio e Pollistrine
passavano in eredità a Consalvo, duca di Sessa, figlio di
Elvira. Lo stesso anno, il vicerè de Toledo andò a Reggio
accompagnato da Consalvo ove, ordinata la riedificazione della
città dello Stretto, fece costruire un castello, completando il
programma delle fortificazioni. In ogni torre vi stavano due
persone di guardia che, con segni convenzionali, avrebbero
provveduto a dare l'allarme alle popolazioni; la costa era
pattugliata dalle guardie a cavallo, i Cavallari. Sulla spiaggia
di Gioja venne costruita una torre di guar-dia e nel villaggio
(l'attuale Piano delle Fosse) cinto di mura, sorsero delle torri
quadre che, disposte agli angoli, avrebbero protetto l'abitato.
La domenica delle palme del 1568 vi fu uno sbarco di pirati con
razzia di un notevole numero di cittadini. Tra il 1560 ed il
1564 Consalvo vendette le sue terre a Tommaso de Marinis di
Genova. Questi, lasciata una pupilla e molti debiti, fu
costretto dal Sacro Regio Consiglio a vendere all'asta i suoi
possedimenti. A Napoli, il 10 marzo 1574, Pasquale Grimaldi,
figlio di Battista (sposato con Maria Spinola) del fu Girolamo
di Genova, a nome del padre, comprò per 275.000 ducati (poi
arrotondati a 280.000) le terre di Terranova, Gerace e Gioja
rinunziando alla baronia di San Nicola ed Ardore. Nel 1582 a
Battista Grimaldi seguì Giovan Francesco Grimaldi da Genova
(sposato con Lelia Spinola); a lui seguì Girolamo, suo
primogenito (sposato a Benedetta Pinelli) che venne ricordato
come colui che diede fiducia alla popolazione gioiese che era
rifugiata nelle campagne vicine per il fondato timore di
scorrerie piratesche.
Verso la fine del 1600 un celebre bandito, Rainaldo, di notte si
impossessò di tutte le cose sacre in custodia di una certa
Costanza Granata che le deteneva poiché non vi erano preti nella
zona. Il bandito, braccato dagli uomini della giustizia, si
rifugiò in una torre di guardia (detta di don Giacomo - che nel
1616 era sottoposta alla vigilanza del caporale Francesco di
Reggio -) trovando un momentaneo rifugio; poi, nel tentare la
fuga la notte seguente venne ucciso con un colpo di archibugio.
Nel 1623, a causa delle frequenti liti che dividevano la
fa-miglia Grimaldi, vi furono tutta una serie di nomine per il
go-verno di Gioja da parte del governatore di Calabria Ultra,
Lorenzo Cenami. Questi la affidò al governatore di Monteleone
(Vibo Valentia) Francesco Suarez de Figueroa il quale, ignaro
della nomina, venne sostituito subito dopo da Giovanni de
Mendieta. Sennonchè il Figueroa, avuto sentore della commessa
patente di capitano della Città, vi si recò solo per essere
onorato di quella nomina; ben presto se ne ritornò a Monteleone.
La notte del 24 giugno 1625 Gioja venne assaltata dai corsari
sbarcati da cinque galee. Appena vennero notati i pirati, i
Cavallari fecero il loro dovere segnalando tempestivamente il
pericolo, ma non vennero creduti. Quando il pericolo si
appressò, colui che era in possesso della chiave di una torre,
preso dal panico, si diede alla fuga ed i poveri gioiesi furono
costretti a rifugiarsi in due torri quadre. In un primo tempo
riuscirono a difendersi, ed anche ad uccidere alcuni pirati, ma
i Turchi decisero di dar fuoco alle case limitrofe e, quindi,
coloro che non perirono tra le fiamme vennero fatti prigionieri
e portati come schiavi in Tunisia.
Il RIGGIO pubblica un elenco di coloro che furono riscattati in
seguito. - 26 gennaio 1628: Gregorio Marano paga a Minico
Barbara 160 pezze da 8 reali per riscattare la figlia Maria; -
11 marzo 1631: Angela Pizzillo di cinque anni viene riscattata
dalla madre Caterina pagando al corso Pietro Maria Aduardo ben
300 pezze da 8 reali; - 7 agosto 1634: Elisabetta Schianggia da
Gioja, schiava di Caramamet, viene liberata dopo avere rimesso
la somma di 160 pezze da 8 reali a Francesco della Lama per la
Redenzione di Napo;. - 14 settembre 1635: vengono riscattati
Gio. Varlo Neri e Cianecia Pugliese, schiavi di Mamet
Maccamaccha per 220 pezze da 8 reali; Francesca di Beneditto,
schiava di Caid Giafer, con 250 pezze da 8 reali; Nuntia La
Motta, schiava di Mamet Bey, per 250 pezze da 8 reali; - 10
ottobre 1635: con il versamento di 150 pezze da 8 reali a
Francesco della Lama, veniva riscatta Isabella Campece; - 8
ottobre 1640: venivano liberate Giulia, Alfonsina e Galilea
Riggio, schiave di Sidi Soliman per 950 pezze da 8 reali al
mercante napoletano Marc'Antonio Paulelli.
Dopo questo grave fatto Girolamo Grimaldi, signore di Gioja e
principe di Gerace, rinforzò il villaggio e facendo ottenere
alla Città gli stessi privilegi di Manfredonia in quanto aveva
un ottimo scalo. L'imbarcadero (presumibilmente alla foce del
fiume Petrace) era molto attivo considerato l'afflusso di
legname che proveniva da Santa Cristina d'Aspromonte e che
veniva poi inviato a Catona. Inoltre il Grimaldi aveva richiesto
al governo centrale di Napoli uno sgravio fiscale a causa delle
frequenti scorrerie di pirati. Il 24 aprile 1626, quasi un anno
dopo, venne concessa l'immunità che cessava di avere vigore due
mesi dopo.
Giovan Battista Grimaldi comprò poi la contea di Gerace, con i
feudi a questa appartenenti, e fu il naturale successore dei
conti Grimaldi principi di Gerace, duchi di Terranova, marchesi
di Gioja (titolo incardinato nel 1654) e signori di Monte
Sant'Angelo.
IL CROLLO DELLA DOMINAZIONE SPAGNOLA - NUOVE INCURSIONI DI
PIRATI
Nel 1638, in maggio, per il fondato timore di scorrerie di
pirati (che molto probabilmente avrebbero assaltato le marine in
estate), il vicario generale Giovan Tommaso Blanch dispose che i
torrieri di Tropea, Joppolo, Cuccorino (l'attuale Coccorino),
Nicotera, Rosarno, Gioja, Palmi, Bagnara fossero messi in stato
di allarme con il supporto della "nova melitia del Battaglione
cossì appiedi come de accavallo, bene armati e con cavalli atti
et habili al servitio militare".
Infatti, il 5 giugno seguente, il Blanch aveva ricevuto un
dispaccio dal comandante del battaglione, capitano Maurizio
Cesareo, che lo informava della prossima venuta dei pirati e
subito dispose che fossero rafforzate le difese di Nicotera,
Rosarno, Gioja e Bagnara. L'invasione vi fu, puntuale, a
Nicotera (il 20 giugno) ed il Blanch, informato dell'accaduto,
ordinò che i responsabili, negligenti della difesa della città
di Nicotera, fossero arrestati ed ammonì i "magnifici Sindaci
Eletti, et altri a chi spetta delle me-desime terre di Rosarno e
Gioja che al ricever della presente, senza perder momento di
tempo, facciano star disposte le donne, et figliuoli di quindici
anni in bascio, et vecchi di sessanta anni in su perchè d'ogni
avviso di vascelli d'inimici si possano ritirare in luogo sicuro
in maniera che la gente atta all'arme possa resistere e
combattere in tempo di bisogno" disponendo che coloro i quali
non avessero ottemperato subiva una pena di 100 ducati. Le
disposizioni non finirono qui. Si ordinava ai Sindaci, gli
Eletti ed ai Capitani di Rosarno, Gioja, Drosi di ritirarsi al-l'interno
per dieci miglia "portandosi con loro tutti i beni mobili et
robbi di casa a fine la gente atta all'armi, perchè in scopo di
bisogno possa resistere et combattere". Nel 1653, in seguito
alla riforma operata dal papa Innocenzo X', fu soppresso il
convento basiliano a Gioja .
LA PESTE ED IL PIAN DELLE FOSSE.
Tre anni dopo vi fu la peste che arrecò immani rovine ed ovunque
desolazione; non vi era luogo abitato in cui non si
predisponevano riserve di cereali e di altri generi di
sostentamento. è dell'epoca la costruzione nel villaggio (oggi è
il rione 'Pian delle Fossè) di ampie fosse, scavate nelle vie
acciottolate le quali, in terreno asciutto e con pareti ben
solide, servivano come deposito di grano e di derrate in genere
rimanendo chiuse per impedire all'acqua di infiltrarsi. Le poche
famiglie che vi dimoravano (nel 1669 appena venti) lasciarono il
villaggio per cercare fortuna a Palmi che era divenuta, con
Seminara, un grande centro commerciale . Piu' tardi, nel 1693,
l'abate Pacichelli nel visitare la Calabria disse che solo Gioja
e Drosi 'in aria inclementè sono spo-polate anche se attorno ai
centri urbani la natura è molto generosa ed il terreno
fertilissimo.
L'INCORONAZIONE DI DON CARLO (CARLO III)
Crollava, nel 1707, la dominazione spagnola, senza alcun
spargimento di sangue, per merito del maresciallo Daun e,
quindi, si passò sotto la denominazione asburgica. Gli Asburgo
d'Austria erano così divenuti, senza pro-vocare inutili scosse,
i nuovi padroni. La prospettiva di una nuova monarchia
universale, derivante dall'unione della Spagna e dall'Impero
nella persona di Carlo VI, induceva allora le potenze marittime
ad affrettare l'apertura di trattative di pace con la corte
francese. La pace di Aquisgrana segnava la fine delle lotte
durate un cinquantennio (1698-1748), fra Spagna e Austria.
L'Austria dovette rinunciare ad ogni proposito di rivincita
nell'Italia meridionale. Gli Spagnoli videro finalmente
riconosciute le vecchie aspirazioni sofferte da Elisabetta
Farnese: veniva così assegnato a Don Carlo, suo primogenito, il
possesso del Regno . Questi, partito da Napoli il 3 gennaio 1735
alla volta di Palermo per essere incoronato, giunse il 16
febbraio a Monteleone (l'attuale Vibo Valentia) ed il 17 "arrivò
a Rosarno, feudo del medesimo Pignatelli, accompagnato dal
Senato di Messina e da una caterva di popolo festante, ove
dimorò giorni 15 fino allo spuntare del 5 marzo" . Don Carlo
impiegò questo periodo dilettandosi nella caccia alla selvaggina
che era abbondante nei boschi di Rosarno. Il 5 marzo si avviò
per Palmi e "nel mezzodì desinò tostochè giunse nella terra di
Gioja in una baracca ben costruita a guisa di casino" , ospite
del principe Gian Francesco Grimaldi. A Palmi, dove prevedeva di
stare solo per la notte, il futuro Re vi rimase fino al 18 marzo
a causa di un forte vento che gli impediva di salpare per Scilla
e poi raggiungere Messina. Trascorse la maggior parte dei giorni
andando a caccia nei pressi della contrada San Filippo, il fiume
Petrace e la riviera di Pietrenere. Il 19 marzo entrava
solennemente a Messina. Il 3 giugno successivo a Palermo veniva
incoronato col nome di Carlo III.
LA SUCCESSIONE A CARLO III
Il Regno di Napoli passò, poi, al terzo genito di Don Carlo,
Ferdinando IV' il 6 ottobre 1759 il quale, appena di otto anni,
venne affidato ad un consiglio di reggenza fino al compimento
del sedicesimo anno di età. Maria Teresa Grimaldi, principessa
di Gerace, incarica, nel 1768, Giovanni Attilio Arnolfini di
Lucca "di ispezionare il suo estesissimo Stato feudale in
Calabria Ultra", comprendente il principato di Gerace, il ducato
di Terranova ed il marchesato di Gioia.
IL FLAGELLO DELLA CALABRIA
Il 5 febbraio 1783, alle 12,45, un fragore formidabile si
originò dalle profondità della terra e fece traballare ovunque
il suolo per due minuti che bastarono a far crollare le case per
un'estensione di 120 miglia quadrate ed a seppellire migliaia di
persone sotto le macerie. L'epicentro fu a Oppido. A Gioja
avvennero fenomeni piuttosto anomali per un terremoto. In molti
punti del villaggio fecero bruscamente irruzione dal suolo delle
correnti di fango abbondantissime, altrove si videro zampillare
enormi colonne d'acqua; non fu distrutto ma si perdette
ugualmente la maggior parte del vino e dell'olio conservato
nelle 'fossè che avevano subito delle lesioni. Il paese era
ridotto in uno sfasciume e si notavano delle misere case vicino
al mare. "Le tele dè muri di una torre speculare erano state
tagliate in modo che serbavano la figura di una V".
I danni ammontavano a 100.000 ducati ed erano morti 18 abitanti
(5 maschi, 6 femmine e 7 bambini). Il mare si ritirò e formò
onde gigantesche che quando si riversarono sulla spiaggia
provocarono l'arresto dei fiumi Petrace e Budello. Le acque di
quest'ultimo fuoriuscirono dalla loro sede provocando delle
immense paludi infettate di plasmodium malarico. Il 28 marzo
seguente un'eccezionale eruzione dello Stromboli coincise con un
nuovo forte sisma manifestatosi alle 21 e durato circa 90
secondi.
"L'epicentro di questo nuovo terremoto si era spostato rispetto
al precedente; era piu' a nord, verso la congiunzione del
massiccio della Sila con l'Appennino". "Innanzi a così immane
catastrofe il governo del re Ferdinando IV' fece i piu' lodevoli
sforzi per alleviare le miserie delle popolazioni, e non si
dimostrò al di sotto del suo compito. Alla prima notizia degli
avvenimenti il feldmaresciallo principe Francesco Pignatelli fu
inviato in Calabria con titolo di regio vicario straordinario
fornito di forti somme di denaro e convogli di viveri, di vesti
e di medicinali". Venne istituita pure una Cassa Sacra con tutte
le rendite dei "monasteri e conventi e dei luoghi pii, così
ecclesiastici come laicali... e incameramento delle proprietà
dei conventi e monasteri della medesima regione". Nel marzo 1786
il Pignatelli riferì al Ripartimento della Piana che "si era
quasi interamente riedificata la città di Palmi, che si stava
edificando Seminara e che si era formato un magazzino di olii a
Gioja". Ma, a parte i piccoli benefici, la Cassa Sacra, per
l'inettitudine dei gestori, si trasformò in una rapina
legalizzata tanto che fu soppressa su richiesta del vescovo di
Mileto, mons. Enrico Capece Minutolo, nel 1799.
Tratto da "Gioja Tauro - Vicende storiche cittadine da Metauros
ad oggi" di Pietro P. Vissicchio
Leggi la Seconda Parte
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