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GIOIA
TAURO - LA STORIA -
II PARTE
LA REPUBBLICA PARTENOPEA La nuova situazione politica, creatasi
in seguito alla spedizione di Bonaparte in Egitto, spinse i
regnanti di Napoli ad attaccare le posizioni francesi a Roma
dopo che questa era stata occupata nel novembre 1798.
Nell'estrema Calabria non si risentivano che lievemente gli
effetti di tali avvenimenti politici e, comunque, l'ordine
pubblico era rispettato dal rigorosissimo auditore Angelo di
Fiore il quale, con continue minacce di imprigionamenti in
massa, intimidiva gli animi dei cittadini specialmente di
Reggio. Il 14 dicembre il Di Fiore, favorito dall'arrivo di
molti soldati dalla Cittadella di Messina, arresto' cinquanta
massoni che miravano a favorire l'entrata dei Francesi in
Calabria. Nei giorni seguenti gli arrestati salirono a
settantacinque. Intanto Roma era stata 'liberata' dai soldati di
re Ferdinando IV il 27 novembre e, due giorni dopo, la
popolazione romana accoglieva il Re. Il comandante francese,
Jean-Etienne Championnet, rafforzatosi, sconfisse poco dopo le
truppe borboniche mal comandate dal barone Carlo Mack al
servizio del Re di Napoli e puntarono sulla stessa Napoli. La
notte del 21 dicembre il Re, con tutta la sua famiglia, scappo'
davanti all'imminente invasione e, attraverso un passaggio
segreto, giunse al porto e trovo' rifugio sulla nave ammiraglia
britannica di Orazio Nelson che lo porto' in Sicilia. Intanto i
'lazzaroni' procedevano sistematicamente a di-struggere tutto
cio' che era collegato ai francesi.
Ma il 20 gennaio 1799, assicuratosi il progettato controllo di
Castel Sant'Elmo, grazie al negoziato segreto dell'11 gennaio
precedente con il Pignatelli, e grazie pure al poderoso aiuto
dell'artiglieria piazzata sugli spalti dello stesso Castel
Sant'Elmo, il generale Championnet, al prezzo di una vera
carneficina costata la vita a tremila popolani, poteva dirsi
padrone di Napoli. Due giorni dopo proclamava la Repubblica
Partenopea. I francesi provvidero a riordinare l'assetto
amministrativo delle regioni ed in quell'anno venne disposto che
Gioja insieme ad Anoia, Acquaro, Bagnara, Cinquefrondi, Cosoleto,
Crotonio, Drosi, Messignadi, Oppido, Osteria del Passo, Palmi,
Polistena, Rizziconi, Rosarno, Santa Cristina, Sant'Elia,
Sant'Eufemia, San Fili, San Giorgio, San Leo, San Martino, Scido,
Seminara, Sinopoli, Terranova e Trizzino, fosse inclusa nel
dipartimento della Sagra con sede a Seminara. Il governo
instaurato cosi' ferocemente dallo Championnet era destinato ad
avere una breve vita perche' di li' a poco crollo' sotto
l'impeto del cardinale Ruffo e dei suoi collaboratori che in
nome della Fede (Sanfedisti, quindi) riusci' a riportare i
Borboni a Napoli. Il Ruffo, forse gia' nel viaggio del
volontario esilio a Palermo, ottenne il 25 gennaio (e gli
vennero affidati) 3000 ducati per le prime necessita' con la
promessa di altri 1500. Da Palermo si diresse alla volta di
Messina, due giorni dopo, in compagnia del marchese Filippo
Malaspina, dell'abate Lorenzo Spaziani, del cappellano Annibale
Caporossi e del cameriere Carlo Cuccaro con tre domestici al
seguito.
Il 31 gennaio li attendeva Domenico Petromasi; tra otto giorni
appena sarebbero ripartiti per raggiungere le coste calabresi.
Allo sbarco, a Punta Pezzo, il Ruffo incontro' Antonio Winspeare,
il tenente Francesco Carbone e Angelo Di Fiore. Il 13 febbraio,
nominati nei rispettivi incarichi i suoi collaboratori e
affidato l'incarico per gli affari di Stato al Di Fiore, il
cardinale mosse alla volta della vicina Scilla. Nell'avanzata,
alle porte di Bagnara ormai, si aggregarono 120 uomini
provenienti da Sant'Eufemia d'Aspromonte. Il successivo 18 i
Sanfedisti giunsero a Palmi da dove il Ruffo emano' un proclama
per tutti i calabresi.
Due giorni dopo si reco' in mattinata a Gioja dove imparti' la
benedizione ad un certo Domenico Rapina di San Procopio e quel
pomeriggio vi ritorno' con i suoi collaboratori per il fondato
timore di un possibile sbarco nemico. In quell'occasione gli
vennero consegnati due cannoni che furono affidati all'ex
caporale Larosa e riordino' le sue Forze anche perche' dai paesi
vicini affluivano sempre piu' cospicui aiuti. Molti dovevano
essere stati se Angelo di Fiore in una lettera datata "Gioja 21
febbraio 1799" chiedeva a Francesco Prestia e Antonio Romano in
Mileto di procurare alloggi necessari per 10.000 persone, dato
che il Ruffo sarebbe giunto il giorno 24 con tutti i suoi
seguaci. Il Ruffo giunse a Mileto e qui lavoro' duramente con i
suoi consiglieri per ordinare la grande massa di volontari
confluiti in quella citta' da dove si avvio' per Monteleone
(Vibo Valentia) con otto compagnie di truppa che formavano il
Reggimento dei Reali Calabresi comandati dal colonnello de
Settis. Il 3 aprile il Ruffo scriveva all'Acton che "le Calabrie
sono ormai ridotte all'obbedienza del Re N.S. poiche' dei paesi
ribelli non rimanendo altri di qualche considerazione se non
Corigliano e Rossano...".
La riconquista della Calabria non poneva fine alle lotte sociali
e alle violenze; il disordine amministrativo ed economico
raggiungeva forme assai gravi. Il Ruffo emano' alcuni
provvedimenti che avrebbero dovuto portare un po' di calma: tra
i primi e' da segnalare quello della rimozione dall'incarico a
governatore di Reggio del brigadiere Macedonio. Come e'
evidente, favoriti dalla carenza di pubblici po-teri, le bande
scorazzavano per la regione. I furti, le uccisioni, le vendette
poste in atto da queste comitive di banditi erano pressoché
quotidiane e trovavano, nel generale disordine, con-dizioni
propizie per essere portate a termine non mancando la
complicita' delle autorita' locali e, molto spesso, il sostegno
di influenti proprietari terrieri. Agivano in totale immunita'
operando specialmente sulle strade recando seri danni al
commercio. In questi luoghi a capo di alcuni briganti vi era un
certo Bruno Pizzarello. Comunque, il Ruffo entro' a Napoli il 13
giugno e re Ferdinando ritorno' sul trono l'11 luglio seguente.
NUOVE INVASIONI DI PIRATI
Nel mese di gennaio 1802 alcune imbarcazioni algerine e tunisine
fecero naufragio nel golfo di Gioja ed i loro equipaggi,
composti da 10 tripolini e 40 tunisini, furono fatti prigionieri
e sottoposti a "purgar la contumacia" nella Cittadella di
Messina.
IL PERIODO FRANCESE - NAPOLEONE BONAPARTE
Accusando i Borboni di tramare contro di lui, Napoleone
Bonaparte il 27 dicembre 1805 decretava che la dinastia dei
Bor-boni era ormai terminata. Il 19 gennaio seguente affido' al
fratello Giuseppe l'incarico di conquistargli il regno di Napoli
e questi vi riusci' agevolmente anche (e soprattutto) perche' i
Borboni avevano lasciato la capitale, come sempre.
L'EVERSIONE DELLA FEUDALITA'
Il 2 agosto 1806, venne emanata una legge che sanciva
l'eversione della feudalita', operata dallo stesso Giuseppe
Bonaparte, ed i Grimaldi persero Gioja, loro possedimento da
secoli. Questa legge consentiva, pero', la conservazione della
nobilta' ereditaria e tutto cio' che possedevano per dominio
fondiario comportando una notevole ingerenza dei Grimaldi stessi
nelle attivita' dei cittadini con il possesso di animali anche a
Radicena e Terranova. La normativa, tra l'altro, prevedeva il
divieto dell'uso delle acque pubbliche, per scopi agricoli,
usati specialmente a Gioja e Terranova. Piu' tardi il Re visito'
il regno e giunto alla marina di Gioja, dopo aver rifiutato un
banchetto in suo onore, si diresse a Reggio accompagnato dal
vescovo di Oppido, mons. Alessandro Tommasini.
LA PROPAGANDA BORBONICA E L'ASCESA DI MURAT
La Piana di Gioja, fin dai primi giorni della dominazione
francese, non fu immune dall'infiltrazione della propaganda
borbonica; ne fa fede il seguente rapporto di Angelo di Fiore
inviato alla segreteria di Guerra e Marina. "A di' 5 gennaio
1807, don Vincenzo Sapioli di Anoia, benestante di 24 anni, don
Giuliano Cesareo di Anoia, benestante di 44 anni e Giuseppe
Cavallaro di Palmi, negoziante di merci, depongono che, essendo
stati spediti da Scilla per via di mare nella sera de' 20
dicembre coll'incarico di penetrare nei luoghi occupati dal
nemico, a circa le ore 7 di notte disbarcarono nella marina di
Gioia, dove affissero un proclama nel muro del palazzo della
Principessa di Gerace, e nel corso della notte, ne affissero
altro a Melicucco, ed in seguito si condussero nella loro
pa-ria". Il 19 maggio 1807 una flotta di "trenta vele" con 700
uomini accosto' alla marina di Gioja al fine di impedire il
passaggio al generale Reynier che s'era portato a Seminara per
espugnarla. Ma questi, causa la forte resistenza in quella
citta', torno' indietro, verso Mileto, curando bene a non farsi
vedere dalle truppe borboniche. Intanto il grosso dell'esercito
borbonico al comando del principe d'Assia, Philipstadt, e di
Vito Nunziante da Reggio (dove erano sbarcati con 4000 soldati)
si diresse verso Mileto. Il 23 seguente giunsero in Citta' alle
20 e si accamparono nei boschi vicini. Furono a Rosarno il
giorno dopo e vi rimasero fino al 26. Questo periodo servi' per
organizzare meglio la truppa e predisporre il piano d'attacco
contro i Francesi.
Il 28, all'alba, avvenne lo scontro e, nonostante gli strenui
sforzi dei soldati borbonici, gli uomini del generale Reynier
ebbero il sopravvento costringendo Philipstadt ed i suoi alla
fuga. Nella ritirata dovettero fare i conti con le popolazioni
di Rosarno, Gioja, Palmi, Seminara e Scilla che fecero fuoco al
loro passaggio. Sfumava cosi' la speranza di Ferdinando IV' di
riottenere il Regno. In questo clima rivoluzionario si
registrarono due avvenimenti drammatici in Citta'.
Il 16 ottobre veniva giustiziato il 19enne gioiese Giu-seppe
Zappia accusato, con Giuseppe Bagala' di Palmi, di
co-spirazione. Due giorni dopo, davanti al palazzo della
principessa di Gerace veniva ucciso un altro gioiese, Antonio
Consiglio di 30 anni.
Nel giugno del 1808 due spedizioni borboniche, salpate da
Messina, sbarcarono sulla spiaggia; 400 uomini tra soldati e
volontari si diressero alla volta di Palmi nel tentativo,
passando per Bagnara, di assaltare il forte di Scilla, senza
riuscirvi. Quell'anno i Francesi costruirono un ponte sul
Petrace. Il legname provenne dai boschi di San Fantino e di
Gioja di proprieta' della principessa di Gerace la quale
pretendeva un congruo indennizzo. Al ricorso di costei,
l'Intendenza di Reggio stabili' che era obbligo del Comune di
Gioja contribuire alla costruzione del manufatto. Al trono
saliva (1808) Gioacchino Murat, cognato di Napoleone. Questi,
seguendo le direttive del congiunto, concentro' tutto l'esercito
tra Scilla e Reggio nel tentativo di invadere la Sicilia, ben
difesa dagli oltre ventimila soldati borbonici. Lo spostamento
dei francesi verso il sud della regione provoco' un vertiginoso
aumento del brigantaggio. L'anno dopo Murat emano' una
disposizione (n. 321 del 20 marzo 1809) che si proponeva di
debellare questo fenomeno criminale: si proibiva, cioe' ai
contadini di portarsi il cibo in campagna e, per spezzare l'omerta'
tra gli stessi briganti, venne imposto l'interdetto
ecclesiastico.
Ogni Comune era obbligato a pagare all'Intendente della
provincia un indennizzo di 1000 ducati qualora nel proprio
territorio si fosse verificata l'uccisione di qualsiasi soldato
francese. Nonostante tutte queste misure repressive, i briganti
erano molto attivi nella zona. Basti pensare al Vizzarro che
terrorizzava tutti i corrieri postali. Quando il brigantaggio
assunse dimensioni preoccupanti, e non bastarono le continue
leggi-provvedimento, Gioacchino Murat affido' al generale Carlo
Antonio Manhe's il compito di reprimere il fenomeno criminale.
Questi, l'anno dopo, il 9 ottobre da Monteleone (l'odierna Vibo
Valentia), stabiliva le disposizioni. Ad uno ad uno i briganti
vennero catturati ed uccisi. Ovunque, scene raccapriccianti...,
violenze feroci...; in un anno l'Ufficiale francese aveva
debellato il fenomeno. Restava in circolazione soltanto il
Vizzarro e contro di lui vennero formate numerosissime pattuglie
per stanarlo dalla contrada Lamia, ma senza successo. Fu la
nuova compagna del bandito, Nicoletta Linardi da Seminara, ad
"aiutare" i francesi, uccidendo il bandito con un colpo di
fucile sparato ad un orecchio. La Linardi, infatti, aveva piu'
di un motivo per arrivare a tal gesto: il bandito le aveva
ucciso il figlioletto a causa dei continui vagiti.
Intanto, con l'impero napoleonico vacillante, Murat si al-leava,
nel gennaio 1814, con l'Inghilterra e l'Austria e, nel
set-tembre successivo, fecero la loro apparizione i primi moti
carbonari. Tra i primi quello di Polistena ove Domenico
Valensise invio' a Palermo il deputato Raffaele Carrano per
riferire alla Corte borbonica i suoi piani bellici per riceverne
approvazione e dove gli venne suggerito di prendere tempo. Il
25enne poli-stenese, invio' un nuovo consigliere, Nicola Luca',
ottenendo l'autorizzazione nel marzo 1815. "Era quello un
momento importantissimo ma fortunoso. Il Valensise si adoperava
a tutt'uomo per chiamare a raccolta gli iscritti alla sua
impresa e, come luogo di riunione, indica le citta' di Cittanova,
Radicena (l'odierna Taurianova) e Polistena. In quel tempo il
generale Disvernois campeggiava con la sua divisione sui piani
della Corona e di Campo; a Gioja era accantonato un
distaccamento del 4' reggimento di linea e l'aiutante generale
Gallone, comandante militare della provincia, ve-niva
percorrendo la Calabria per invitare la popolazione ad ar-marsi
contro l'Austria". Il 19 aprile seguente scoppiava a Polistena
la rivolta, subito repressa. Gioacchino Murat, nel frattempo,
aveva perso il trono, l'8 giugno 1814 e, con pochi fedelissimi,
aveva fatto un ultimo disperato tentativo per riconquistare il
regno. Sbarcato a Pizzo si diresse verso Monteleone l'8 ottobre
1815 e venne catturato lo stesso giorno dal capitano Gregorio
Trentacapilli. Cinque giorni dopo, munito dei conforti religiosi
e dopo aver scritto una accorata lettera alla moglie Carolina,
veniva fucilato alle 21.
RIORDINO AMMINISTRATIVO E PRIMI COMMERCI
Assegnato con l'atto finale del Congresso di Vienna il Regno
delle due Sicilie a Ferdinando IV' (che assumera' il nome di
Ferdinando 1' delle due Sicilie) questi provvide immediatamente
a riordinare l'assetto amministrativo. Alla Calabria, gia'
organizzata in provincie e distretti per effetto dei decreti
francesi del 19 gennaio 1807 e del 4 maggio 1811, venne disposto
un nuovo ordinamento con la legge del 1' maggio 1816. Per
effetto di tale legge Gioia riacquistava l'autonomia comunale. A
quell'epoca il Comune aveva rendite patrimoniali per 540 ducati
su 608,61 che spettavano e gia' nel 1813 erano state
ripristinate le gabelle per risanare il bilancio comunale. La
Citta' si era estesa lungo il lato ovest dell'originario centro
abitato tanto che il municipio e le influenze del marchese
Agostino Serra di Cardinale presso la corte borbonica fecero si'
che fossero eseguite delle opere di bonifica della zona, nel
1830, per migliorare le condizioni di vita della popolazione che
vi dimorava. In sei anni la vallata divenne una meraviglia tanto
che tutt'ora viene chiamata Valleamena. Modificando l'alveo del
fiume Budello, vennero portate a termine, quindi, opere che
consentivano il regolare deflusso delle sue acque nel mare. Per
il finanziamento venne decisa una sovraimposta di due carlini su
ogni botte di olio esportato dalla marina cittadina che, non
essendo sufficienti, vennero integrati con fondi propri del
marchese Serra a cui premeva la salvaguardia delle proprieta'.
Grazie anche alla strada che la collegava con Locri e
soprattutto ai traffici che vi si svolgevano, oltre che per
l'ottima posizione geografica, vi confluirono dall'entroterra
molte famiglie che pensarono bene di fare fortuna con il
commercio proprio qui. Si deve, pure, dare atto all'enorme
afflusso di campani, che per primi alimentarono i commerci, se
da semplice imbarcadero divenne un notevole centro commerciale
per l'epoca. La via del mare era preferita specialmente quando,
nel 1844, fu stabilito un regolare servizio marittimo tra la
capitale (Napoli) e Gioia.
Giunsero anche molti genovesi i quali, ottenuto il monopolio del
deposito dell'olio, riuscirono poco simpatici alla popolazione
gioiese tanto che nel 1845 la relazione del procuratore della
Gran Corte criminale di Calabria Ultra, Libetta, evidenziava la
situazione piuttosto delicata che si era creata. Lo stesso
Libetta, in un altra occasione, riferiva anche che "i ristagni
di acqua alla foce del Budello rendono l'aria non solo malsana,
ma micidiale da giugno in poi, per cui Gioia e' e sara' un
meschino paese con grandiosi magazzini per l'olio". Nel 1848 in
un manifesto rivolto ai "Fratelli della Piana" ed inviato
all'intendente Domenico Muratori, i commercianti genovesi
venivano definiti ladri, 'scorticatori della Piana', 'infestissime
arpie' e s'invitava la popolazione a ribellarsi contro di loro.
Il Muratori assicurava il ministero dell'Interno che la
popolazione non aveva aderito a quanto proposto allegando, pure,
una risposta preparata dal dottor Giuseppe Raso di Casalnuovo (Cittanova).
Nella sua immediata replica il Raso, che rispondeva ad un
anonimo Lorenzo Riscatto, si rammaricava come l'appena concessa
liberta' di stampa avesse potuto spingere la gente alla rivolta
e, pur riconoscendo la disonesta' dei negozianti genovesi di
Gioia che approfittavano delle condizioni disagiate delle
famiglie, affermava che l'accettare lo scritto equivaleva a
commettere una violazione bella e buona.
I MOTI LIBERALI, IL RISORGIMENTO, IL REGNO D'ITALIA - ATTIVITA'
LIBERALE
Con le continue adesioni, l'attivita' dei patrioti si faceva
sempre piu' incalzante a favore della causa italiana. Dopo il
tentativo del giugno 1848 dei fratelli Attilio ed Emilio
Bandiera, rimase vieppiu' negli animi il disegno di rivolta
contro i Borboni in Calabria: tale attivita' era pure sentita a
Gioia, Palmi, Radicena (Taurianova), Casalnuovo (Cittanova),
Polistena e Reggio. Per frenare l'ondata rivoluzionaria il
marchese Ferdinando Nunziante, gia' dal 1847, aveva iniziato a
perseguire gli insorti riuscendo in un primo momento ad avere il
controllo della situazione. Arresto' il patriota gioiese
Francesco Gullace, canonico, insieme a molti altri dei paesi
vicini. A carico di tutti i rivoltosi il 31 marzo 1849, si
celebro' il processo a Reggio Calabria. La Gran Corte criminale
(corrispondente all'attuale Corte d'Assise) composta dal
presidente Cesare Mazza, dai giudici Giovanni Guglielmoni,
Gerardo Carli, Vincenzo Siciliani, Nicola Nicoletti e dal
procuratore del Re, Gabriele Foschini, condanno' gli oltre cento
imputati. Il Gullace venne condannato, come gli altri, con
l'accusa di aver commesso "fatti pubblici che abbiano soltanto
in mira di spargere il malcontento contro il Governo", ed
inviato al confino sull'isola di Ventotene (LT) nel 1851. Lo
spirito unitario, comunque, aveva 'rapito' la popo-lazione
intera e "la Calabria era divenuta 'una polveriera' che
aspettava solo il fascino dell'Eroe per essere 'accesa' al
momento giusto e al punto giusto". L'anno seguente, in ottobre,
Ferdinando II' venne in Calabria per assistere alle
esercitazioni militari fermandosi a Mileto, a Rosarno ed a Gioia
ove venne ricevuto dal sindaco Luigi Baldari.
LA SPEDIZIONE DEI MILLE
Dopo la conquista della Sicilia da parte di Garibaldi e dei suoi
1088 volontari, la popolazione vedeva risolte finalmente le
aspirazioni soffocate nel sangue che avevano preparato
l'avanzata trionfale di Garibaldi. Le Camicie Rosse garibaldine
sostennero una battaglia a Calatafimi ed un'altra a Milazzo. L'8
agosto 1860 avveniva un primo sbarco sulle coste calabre di un
piccolo corpo di spedizione formato da 300 uomini (di cui 130
calabresi) con 170 imbarcazioni agli ordini di Giuseppe Missori,
Alberto Mario e Benedetto Musolino. Sbarcarono nei pressi di
Torre Cavallo ed il forte di Alta Fiumara non senza difficolta'
in quanto vennero attaccati dai Borbonici; soltanto Alberto
Mario torno' indietro a causa dell'oscurita'. Coloro che erano
sbarcati dovettero fuggire per non essere catturati dagli uomini
del generale Ruiz. Garibaldi, che da Capo Faro aveva assistito
alla sfortunata impresa, si eclisso' improvvisamente. Ando' in
Sardegna, a Golfo Aranci, con Agostino Bertani per attendere i
cinquemila volontari confluiti a Genova che non giunsero mai
perche' Cavour, preoccupato dal fatto che tutta la vicenda non
era piu' segreta e temendo una reazione francese, non fece
partire le navi per quella localita'. L'Eroe ritorno', quindi, a
Capo Faro sei giorni dopo. Il 18 si reco' in visita ufficiale a
Taormina facendosi vedere il piu' possibile mentre distribuiva
decorazioni, stringeva mani e baciava i bambini.
Poco piu' tardi raggiunse la baia di Giardini dove lo
attendevano 3360 fedelissimi e due piroscafi, il Torino (agli
ordini di Nino Bixio con la sua divisione) ed il Franklin (poi
agli ordini dello stesso Garibaldi), che erano giunti da Palermo
aggirando l'isola da sud e sfuggendo cosi' alla sorveglianza
della flotta borbonica. Nella notte tra il 18 ed il 19 agosto
sbarcava a Melito Porto Salvo, sebbene le navi borboniche
'Aquila' e 'Fulminante' fossero riuscite ad avvistarlo e ad
incendiare il piroscafo 'Torino'. La conquista di Reggio
Calabria (20 agosto) costo' ai garibaldini circa 150 uomini,
periti in uno scontro con il generale Briganti che aveva tentato
di sorprenderli alle spalle.
Lo stesso generale, al primo crepitio di moschetti, si arrese e,
in abiti borghesi, tento' la fuga. A Mileto, la sera del
successivo 25 agosto, venne riconosciuto dai suoi uomini i quali
gli bruciarono il cavallo e, dopo averlo ucciso, lo decapitarono
e lo evirarono. Garibaldi, prima di questo tragico evento, si
era accampato a Torre Cavallo proprio sotto il fuoco
dell'artiglieria borbonica che si era fortificata al castello di
Scilla. Il 24 agosto l'Eroe riusci' ad avere il sopravvento sui
borbonici ed il 25 giunse a Palmi ove emano' un bollettino di
guerra. Quel pomeriggio giunse a Gioja dove, con molta facilita',
sconfisse le residue resistenze borboniche, ormai ridotte di
numero perche' ritiratesi piu' a nord per lo scontro finale, e
fu ospitato per la notte dal sindaco Baldari.
Nel pomeriggio del 27 Garibaldi entrava da trionfatore a
Monteleone (Vibo Valentia). "I piu' importanti avvenimenti,
dunque, della nostra mar-cia da Reggio a Napoli furono le
capitolazioni di Piale, Soveria (30 agosto) e Cosenza e
l'entrata mia a Napoli (7 settembre)". Pochi giorni dopo, il 21
ottobre, in un clima ancora reazionario, si svolsero le
consultazioni per l'annessione al resto d'Italia. Nel meridione
continentale voto' il 79,5% degli aventi diritto, i voti
favorevoli 1.302.064 contro 10.302 contrari. Il 17 marzo 1861
veniva proclamato il regno d'Italia con re Vittorio Emanuele II.
L'UNITA'
Il 26 marzo 1863 Gioja, con decreto governativo pro-posto dal
sindaco Luigi Baldari, ebbe l'aggiunta della denominazione
Tauro, presumibilmente in ricordo dell'antica Metauros da cui ha
tratto le origini.
OPERE PUBBLICHE E PRIMI STABILIMENTI
L'Unita' aveva portato un generale peggioramento perche' le gia'
gravi condizioni di alcune classi sociali si erano aggravate
conseguentemente all'imposizione di nuovi carichi fiscali (fatti
che sfoceranno nella famosa Questione Meridionale). Nel 1864
sorse in Citta' uno stabilimento per la lavorazione della
liquirizia che produsse per dieci anni. Successivamente
l'impianto venne convertito per la lavorazione dell'uva ed
alcuni locali vennero utilizzati come cantine. Al tempo stesso
miglioravano le condizioni economiche cittadine tanto che il
consiglio comunale, presieduto dal sindaco Angelo Briglia, il 13
ottobre 1874 propose al Comune di Rosarno di formare un
consorzio "per la costruzione di due botti di ormeggio" da
impiantarsi nella marina della Citta'1. Gli amministratori
rosarnesi risposero due anni dopo, l'8 agosto. L'assessore
Gangemi, con funzioni di sindaco, inizio' con l'osservare che il
Comune di Rosarno era gia' consorziato per altre opere pubbliche
e che le casse comunali erano sguarnite. Aggiungeva che
"ritenute vere e ponderate le osservazioni dell'onorevole
presidente, considerando che le botti di ormeggio nessuna
utilita' arrecano a questo Comune, anzi servono per vieppiu'
maggiormente il commercio in quel Comune di Gioia, mobilitandola
positivamente, senza nessun vantaggio di questo Comune, ad
unanimita' si rende negativo a far parte del consorzio
suddetto". Nel 1887 venne completato il tracciato della ferrovia
nel tratto Gioia Tauro - Nicotera3 e l'edificio della stazione
cittadina venne costruito nel 1895. Da allora il centro
ferroviario di Gioia Tauro é un punto nevralgico della linea
Battipaglia-Reggio Calabria6, risultando essere la quarta
stazione del compartimento.
Il continuo e costante aumento del traffico ferroviario ed il
completamento dell'intero tratto nel 1905 fecero si' che "il 7
gennaio 1908, dietro invito dell'on.le De Nava si riunirono in
Palmi, in una sala del municipio, tutti i nostri deputati al
parlamento nazionale, tutti i consiglieri provinciali e tutti i
sindaci e gli alti papaveri del circondario per discutere sul
progetto ministeriale della ferrovia Gioia Tauro - Gioiosa
Jonica con diramazioni e dopo ampia discussione" si cerco' di
indurre il governo a mantenere gli impegni assunti. Lo stesso
governo, con decreto n. 135 emesso il 26 gennaio 1911, stabiliva
la costruzione della ferrovia, sebbene a scartamento ridotto. Il
18 gennaio 1917 veniva completato un tratto di 13 km, Gioia
Tauro-Palmi-Seminara ed il 21 aprile 1928 fino a Sinopoli. Il
Regio Decreto n. 2119 del 24 luglio 1919 aveva stabilito anche
la costruzione dell'altro troncone Gioia Tauro - Rizziconi -
Radicena (Taurianova), poi anche per Cittanova. L' 1 giugno 1924
veniva inaugurata la linea, poi prolungata fino a Cinquefrondi.
LA QUESTIONE MERIDIONALE
Il fenomeno migratorio era riesploso in tutta la sua gravita',
accentuato dalle difficili condizioni economiche generali
causate anche dall'abolizione dei dazi interni ed anche dalla
circostanza che le industrie meridionali, fino alla vigilia
dell'Unita', erano state abbondantemente sovvenzionate dal
governo borbonico. Si trovavano adesso in piena concorrenza con
le industrie settentrionali, che nel frattempo erano state
risanate ed in grado di sopravvivere senza aiuti statali.
Durante il periodo borbonico la Calabria era, per attivita'
industriali, seconda soltanto all'area napoletana: si ricordano
le ferriere di Mongiana e Ferdinandea, le saline di Lungro, le
imprese che estraevano argento, nel bacino del Trionto, la
grafite, in Aspromonte, il carbone, a Tropea e non trascurabile
era la lavorazione della lana, del cotone, della seta. La crisi
diventa acuta nel 1896 proprio quando a Palmi, ad opera di
Giovanni Domanico e di Antonio di Bella si tiene una generale
assemblea per la fondazione di una federazione che dara' il via
alla formazione del partito socialista in Calabria. Vi
partecipano i gruppi di Gioia Tauro, Palmi, Reggio Calabria,
Nicotera, Vibo Valentia e Cosenza. L'anno dopo a Catanzaro si
svolse il congresso regionale. E poi il riacutizzarsi del
brigantaggio, fenomeno criminale mai eliminato (come credevano)
dai Francesi. La risposta dei governanti non tardo' molto.
Nell'agosto di quell'anno fu approvata una legge speciale
(presentata dal deputato Giuseppe Pica) che disponeva il regime
militare nelle regioni in stato di brigantaggio. L'opera di
repressione impegno' circa 120.000 uomini.
I TERREMOTI DEL 1905 E DEL 1908
L'8 settembre 1905, prima dell'alba, violente scosse di
terremoto seminano morte e distruzione in tutto il territorio
della provincia di Reggio. Il Paese sembra lanciarsi in una gara
di solidarieta'. Partono per le zone colpite viveri, indumenti,
denaro. L'anno dopo in Citta' viene istituito un ambulatorio
medico in quanto si verificarono ben 147 casi di malaria e 107
persone erano state curate. Altre 18 si erano ammalate mentre
per le rimanenti si rendeva necessario lo stanziamento di 100
lire per far fronte alle prime necessita'. Il 23 ottobre 1907 un
nuovo sisma sconvolge ancora una volta tutta la provincia. Nel
1908 il governo stanzio' la somma di 432 lire, che rimase tale
fino al 1930 (anno della grande bonifica della Piana operata dal
Nunziante). Il 28 dicembre di quell'anno, alle ore 5,21, un
tremendo terremoto provoca terrificanti voragini nel terreno.
Trenta secondi bastano per radere al suolo specialmente Reggio e
Messina.
Gioia Tauro, avendo subi'to lievi danni, era divenuta il centro
di trasporto del legname occorrente per la ricostruzione. Tanto
era l'afflusso di legname e di generi di prima necessita' che la
popolazione gioiese, gia' esasperata per il mancato
assegnamento, l'8 febbraio seguente assedio' il Municipio. La
folla tumultuante si scontro' inevitabilmente con i Carabinieri
e, nei tafferugli che ne seguirono, perse la vita il caporale
Antonio Barone, di 22 anni13, che si sacrifico' per difendere il
sottotenente Italo Martellucci (del 40' Btg. fanteria)
interponendosi tra questi e l'uccisore14 . Il 5 giugno 1910, a
ricordo dell'avvenimento, per iniziativa del principe Vittorio
Gagarine, venne eretto un busto raffigurante la giovane vittima,
opera dello scultore romano H. St. Lerche. Il 1 dicembre 1910
furono liquidati i resti del feudo dei Grimaldi dal commissario
del re, Maggio, che divise i beni demaniali tra il Comune e la
principessa di Gerace16.
DALLA GUERRA ITALO-TURCA AL FASCISMO
La guerra italo-turca, scoppiata il 29 settembre 1911, impegno'
circa trecento gioiesi. Durante il conflitto si distinse il
soldato Luigi Partenone, del 6 Reggimento di Fanteria al quale
il re Vittorio Emanuele III, con suo decreto del 22 marzo 1913,
conferi' la medaglia di bronzo. La successiva guerra del 1915-18
importo' alla Citta' notevoli sacrifici in quanto tutti i
giovani gioiesi (770 in tutto) furono precettati. Al termine del
conflitto si registrarono 59 caduti18 in battaglia. Si distinse,
fra gli altri, il sergente Giuseppe Calfapietra, classe 1891,
del 20 Reggimento di Fanteria decorato sul campo a Monte
Cappuccio nel luglio 1915. Altri 183 gioiesi furono insigniti
con l'Ordine di Vittorio Veneto e con la croce al merito e 10
decorati al Valor Militare. La guerra aveva determinato la
scarsita' di grano, ancora di piu' accentuata con il rientro dei
reduci. Quell'anno (1918) la Guardia di Finanza riusci' a
catturare una grossa banda di speculatori senza scrupoli che
approfittavano del momentaneo disordine per contrabbandare
sostanze alimentari in Citta'. Il Tribunale di Palmi, poco tempo
dopo, assolveva tutti con formula piena. Nel 1919 si manifesto'
un'epidemia di vaiolo accompagnata nel 1920 da terribili
nubifragi su tutta la Piana. Tralasciando per un attimo tali
avvenimenti, la prova che Gioia Tauro era gia' un notevole
centro di smistamento e di produzione di olio ci viene attestata
dalla fiducia riposta dal Banco di Napoli che apri' l'attuale
filiale nel lontano 1915 a cui segui' nel 1921 la Banca Italiana
di Sconto (fallita qualche anno dopo) e nel 1924 la Banca
Commerciale Italiana.
LA BANDA MUSICALE
Nel 1926, con il contributo dei cittadini, venne formata una
banda, molto apprezzata, che da 55 elementi fissi che la
componeva raggiungeva, nelle grandi occasioni, 80 elementi. Nel
1930 a Reggio Calabria concorse alla competizione con altri
complessi bandistici e si classifico' al secondo posto. Nel
1932, dopo una lunga tournée in Sicilia, venne invitata dall'EIAR
di Palermo (oggi RAI-TV) da dove venne trasmessa, interamente e
per tutta l'Italia, la Traviata di Verdi. L'anno seguente, per
mancanza di fondi, il complesso bandistico venne sciolto.
IL CINEMA IMPERO, POI MAZZINI. Nel 1931, con i proventi di un
contributo sui generi soggetti a dazio e con le offerte dei
cittadini, il comitato 'Pro erigendo asilo infantile' acquisto'
un complesso di fabbricati per la costruzione di un asilo.
L'immobile venne ceduto al Comune nel 1937 che, accettatolo
legalmente, vi installo' uffici pubblici. Il grosso fabbricato
non poteva non interessare il segretario del locale partito
fascista, De Fazio, che ottenne l'esclusiva del complesso
edilizio soltanto ed unicamente per le riunioni del partito. Lo
stesso De Fazio, non molto tempo dopo, ricoprendo la carica di
presidente del locale Dopolavoro, penso' di promuovere una
sottoscrizione per un cinema comunale. Questo venne completato,
ancora una volta, con i risparmi dei cittadini gioiesi. Fino ad
allora le proiezioni dei films muti venivano effettuate nella
sala della Societa' Operaia di Mutuo Soccorso di via XXIV maggio
e presso il Teatro Umberto in via Roma (in questo teatro operava
anche la filodrammatica gioiese E. Novelli). Nel 1941 il cinema
'Impero' iniziava l'attivita' ed il Comune, avuti nuovamente i
locali, li diede in affitto al Dopolavoro provinciale
rappresentato ancora dal De Fazio, non piu' segretario del
locale partito fascista. Una clausola, invero, molto particolare
e' stabilita per la cessione del cinematografo: se il Dopolavoro
provinciale non accettava la cessione, il De Fazio avrebbe
dovuto restituire il locale entro sessanta giorni dalla
delibera. L'impianto venne gestito, dunque, (in mancanza anche
di un regolare contratto) dal piu' volte citato De Fazio il
quale, da assoluto padrone, fece eseguire opere di ampliamento e
di abbellimento del fabbricato lasciando al Comune 'il piacere e
l'orgoglio di pagare le onerose imposte e sovrimposte fondiarie
non escluse quelle sul patrimonio e non tralasciando di fare sue
le rendite del cinema-teatro'. Nel 1944, dopo un lungo e penoso
strascico giudiziario con il Dopolavoro Provinciale, il Comune
riacquisto' il possesso del cinema 'Mazzini' deliberando la
cessione in affitto 'mediante asta pubblica col metodo di
estinzione di candela vergine'. Dal 1947 i nuovi gestori
riuscirono a riportare il cinema Mazzini ai fasti di un tempo
con discrete rappresentazioni teatrali (fra gli attori piu' noti
Angelo Musco e Rosina Anselmi) anche di produzione locale, quali
il Gruppo Giovanile dell'Azione Cattolica, alternando tale
attivita' fino al 1954. Negli anni '70, a causa di una
gravissima vicenda giudiziaria che coinvolse il gestore, il
cinema venne chiuso. Sei anni dopo, ormai ridotto in uno
sfasciume, venne abbattuto.
L'AVVENTO DEL FASCISMO - LA COSTITUZIONE DEL FASCIO
Il Fascio venne costituito a Gioia Tauro tra la fine del 1919 ed
i primi mesi del 1920 e, con quelli di Caulonia, Laureana di
Borrello e Reggio Calabria, fu uno dei primi della regione.
Filippo Surace, fondatore nonche' primo segretario politico del
nuovo partito, trovo' degli appassionati e validi sostenitori in
un gruppo di ex combattenti e studenti tra i quali Peppino
Ardizzone, Giuseppe Agresta, Saverio Bagala', Antonio Capri',
Gaetano Capri', Salvatore Cavallaro, Vincenzo Chiappalone,
Francesco Fedele, Carmelo Genovese, Rocco Magazzu', Gaetano
Tomaselli.
Questi ebbero modo di farsi notare molto presto disturbando lo
spettacolo di un circo equestre e scontrandosi duramente con i
socialisti a colpi di bastone. Secondo il VERZERA furono i
fascisti ad aggredire gli avversari che ripararono a Palmi. In
un primo momento si penso' che questi fossero andati per
chiedere aiuto e ritornare piu' tardi per vendi-carsi. Surace,
con altri camerati, informati di cio', montarono la guardia al
ponte sul Petrace per tutta la notte considerando di bloccar
loro l'accesso. Effettivamente si erano rinforzati con alcuni
uomini venuti da Reggio Calabria, ma lo scontro non avvenne mai.
Altri gravi episodi si verificarono piu' tardi ad opera di
Vincenzo Chiappalone, uno dei fedelissimi del segretario del
Fascio, Surace. Il Chiappalone, con altri, nell'ultima campagna
elettorale che si tenne prima del famoso Aventino, si presento'
davanti al podio sul quale avrebbe dovuto tenere il comizio l'on.le
Cefali, oratore ufficiale del partito socialista, facendo si'
che questi non pronunziasse il suo discorso. Ancora il
Chiappalone, il 13 dicembre 1924, ebbe l'occasione di un nuovo
scontro con i socialisti al circolo Stesicoro. Vi fu una
violenta sparatoria in cui persero la vita Vittorio La Capria e
Rocco Zappia mentre un loro compagno, Vincenzo Agresta, rimase
gravemente ferito.
IL PRIMO PODESTA'
Il 21 aprile 1927 il commendatore Francesco Starace Tripodi si
insedio' al Municipio come primo podesta'. Il comitato per le
onorificenze, costituito dal cavalier Galli', dal cavalier
dottore Gullace e dal segretario del partito fascista, Alfonso
Gargano, accolsero alla stazione ferroviaria lo Starace dopo che
un lungo corteo si era formato in piazza Municipio e si era
snodato per via Commercio e quindi in piazza Stazione (oggi
piazza Marconi). Il podesta' venne accolto con prolungati
squilli di tromba e da festosi 'alala'', come si usava allora.
Lo Starace passo' in rivista le organizzazioni fasciste e le
scolaresche e si diresse verso il Municipio dove, presentato dal
professore Domenico De Cristo, oratore ufficiale, parlo' alla
popolazione e subito dopo tenne un rinfresco. Fra gli invitati
il dottor Vittorio Visalli, il ragioniere Ernesto Scianatico e
l'arciprete don Pasquale de Lorenzo. In serata i festeggiamenti
vennero chiusi con una 'mandolinata sotto le finestre
dell'abitazione del podesta''.
I CONFINATI POLITICI
L'avvento consolidato del Fascismo importava tutta una serie di
avvenimenti. Si ricordano quattro casi di cittadini gioiesi
inviati al confino per cause politiche: - Girolamo Albanese,
bracciante agricolo nativo di Gioia Tauro residente a Cittanova,
ex combattente e pentecostale, arrestato nel 1939 ed inviato al
confino a Pisticci (MT) ed a Garaguso (MT) piu' per il proprio
credo religioso che per quello politico. Dieci mesi dopo la pena
gli venne modificata in 'ammonizione'. - Domenico Messineo,
contadino, arrestato nel 1942 a Mentone (Francia) per precedenti
penali; confinato sull'isola di Ustica (PA) e poi a Fraschette
d'Alatri (FR) riusci' ad evadere l'anno seguente. - Agostino
Serafino, manovale, parteggio' in Spagna per la Repubblica.
Aveva vissuto in Francia e Spagna e qui, catturato dai
nazionalisti, venne tenuto prigioniero in un campo di
concentramento fino al 1939. Arrestato nel 1942 al porto di
Genova venne inviato al confino sull'isola di Ventotene (LT) e
liberato nel 1943. - Pietro Stillitano, arrestato dai
carabinieri il 4 novembre 1942 per espatrio clandestino e
attivita' antifascista in Francia; inviato al confino sull'isola
di Ustica (PA), venne liberato in seguito alla morte del figlio
avvenuta il 18 aprile 1943. Gioia Tauro fu pure un luogo di
confino: - Gioacchino Balardinelli di Corinaldo (AN), manovale,
comunista, arrestato per avere detenuto materiale di propaganda
utile al suo partito e, in particolare, manifesti e distintivi,
giunse nel 1933; - Angelo Corsano di Roveredo in Piano (PN),
contadino, apolitico, condannato nel 1934 per manifestazione
sediziosa verso alcune direttive agricole del suo Comune; -
Nicolo' Alberotanza di Mola di Bari, industriale, apolitico,
condannato per truffa nel 1935; - Enrico Billi di Napoli,
commerciante, apolitico, inviato al secondo confino nel 1937 per
avere scritto lettere piene di frasi minacciose per ottenere
sussidi; - Armando Celati di Castell'Arquato (PC), muratore,
apolitico, arrestato nel 1937 per avere spedito esposti a
gerarchi fascisti; - Giuseppe Lorenzo Cresta di Genova,
mediatore, fascista, arrestato nel 1937 per traffico di valuta
estera; - Cosimo Delli Santi di Brindisi, barbiere, arrestato
nel 1937 per avere criticato il Duce a proposito della guerra di
Spagna; - Giovanna Carditello di Sant'Alfio (CT), casalinga,
apolitica, arrestata nel 1938 con l'accusa di avere causato
disordini alle autorita' religiose.
DALLA GUERRA DI SPAGNA ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE
LA GUERRA DI SPAGNA
Allo scoppio della guerra di Spagna alcuni gioiesi partirono
volontari. Tra questi spiccava il sergente maggiore Giuseppe Lo
Moro, pilota, che molte volte si era distinto in operazioni
belliche col proprio velivolo.
Durante un'incursione nel cielo di Spagna e dopo avere causato
notevoli danni alla parte avversaria, venne abbattuto dalla
contraerea e gli venne concessa alla memoria la medaglia d'oro e
d'argento dal governo spagnolo nonché una medaglia dal governo
italiano.
Da ricordare anche la decorazione con una medaglia di bronzo e
la croce di guerra nella guerra d'Africa nel 1934.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Della seconda guerra mondiale a Gioia Tauro non se ne
risentivano che lievemente gli effetti, tranne che per i giovani
coscritti. Si prende coscienza dell'immane catastrofe che sta
per abbattersi sulla città appena le forze dell'Asse cominciano
a perdere i territori conquistati in Africa ed il fronte si
sposta sul suolo italiano meridionale pressato dall'avanzata
Alleata.
È il 1943, sabato 20 febbraio, ore 17,25.
Un attacco aereo inglese causa notevoli danni al rione Monacelli;
i piloti avevano scambiato i capannoni della grande segheria
Caratozzolo per un obiettivo militare. Effettivamente nelle
vicinanze vi era un distaccamento militare con una cinquantina
di uomini circa.
A terra deflagrano cinque ordigni esplosivi ad altissimo
potenziale che provocano la morte di 45 persone ed il ferimento
di 107.
Tra i primi ad accorrere vi furono il podestà, avv. Antonio
Cordopatri, e il comandante delle guardie municipali, cav. Rocco
Toscano, nonché un nutrito gruppo di soldati della vicina
guarnigione che cercarono di dare un primo aiuto ai feriti. "Il
figlio maggiore del signor Caratozzolo portava adagiato in una
carriola il padre sanguinante con la mandibola inferiore che gli
pendeva sul petto. Lo portava (era ancora vivo) alla ricerca
disperata di un medico, di uno dei pochissimi medici che avevamo
in paese. Una corsa pietosa e senza speranza".
Dopo un lungo periodo di relativa calma il 4 agosto seguente,
alle ore 13,40, un altro attacco aereo si riversa con
particolare intensità nella zona della stazione ferroviaria. Sui
binari vi è un treno in sosta i cui convogli (pieni di
carburante) esplodono con un fragore formidabile innescando una
reazione a catena sui rimanenti carri ferroviari pieni di
munizioni. Nell'occasione si registrano 19 morti tra il
personale militare di scorta, alcuni feriti, che vengono
trasportati all'ospedale di Taurianova, ed un morto tra i
civili. Il giorno seguente, per i fondati timori di un'altra
in-cursione aerea, gli uffici comunali vengono trasferiti a
Villa Cordopatri.
Il 13 agosto successivo, giorno della festività del santo
patrono, alle 13,30, un'ennesima incursione aerea si concentra
ancora una volta sulla stazione ferroviaria. È evidente come le
forze Alleate tentino con ogni mezzo di fiaccare la resistenza
tedesca. Nell'imminenza allora dello sbarco alleato sulle coste
reggine, il 2 settembre le forze dell'Asse (la 26 divisione
grana-ieri, la 26 divisione corazzata e la 1 divisione
paracadutisti del 76 corpo d'armato corazzato), sotto il comando
del generale Anton Dostler, ricevuto l'ordine di non lasciarsi 'agganciarè,
evacuano Villa San Giovanni e Reggio Calabria.
Il giorno seguente gli Alleati sbarcano a nord di Reggio
dividendosi in due gruppi che opereranno uno sul lato tirrenico
e l'altro su quello Jonico puntando verso Crotone. Le truppe
tedesche, in ritirata verso il nord, giungono a Gioia Tauro il 4
successivo e vi distruggono il ponte ferroviario sul Petrace
nella speranza di arginare l'avanzata alleata. Il 5 settembre,
alle ore 11,00, avviene invece lo sbarco con i mezzi anfibi in
Città della 5divisione di fanteria appartenente al 13 corpo
d'armata alleato sotto il comando di sir Miles Christopher
Dempsey innalzando, insieme alle truppe inglesi (giunte dopo
aver guadato il fiume Petrace) le rispettive bandiere ed
insediandovi, nel palazzo del Fascio, il comando militare.
Da questo momento si può dire che la guerra in tutta la Piana
può dirsi finita, sebbene siano da registrare ancora una volta
ignobili episodi di sciacallaggio dei viveri in danno della
popolazione. Tra i 993 gioiesi partiti per il fronte, 96 sono
caduti o di-spersi tra i militari e 70 caduti tra i civili, 8
decorati al valore militare, 55 croci al merito ed un encomio
solenne.
AVVENIMENTI DEL PERIODO POST-BELLICO AD OGGI
Dal 1947 al 1953, organizzato da un circolo sportivo gioiese, si
disputa la gara ciclistica "Il giro della Piana".
Il 5 febbraio 1949, nella tornata del consiglio comunale, la
maggioranza respinge un ordine del giorno della minoranza di
protesta per la condanna del cardinale primate d'Ungheria,
Joseph Mindszenty, condannato all'ergastolo dal governo comuni-
sta di Budapest.
Il 4 ottobre 1951 si inaugura lo stabilimento 'Olcà alla
presenza del dirigente nazionale della Confindustria.
Il 21 ottobre 1951, a causa delle piogge ininterrotte su tutta
la Piana, crolla il ponte ferroviario sul Petrace. Il Presidente
della Repubblica, Einaudi, in visita nella regione, è costretto
a pernottare col treno presidenziale. Con lui c'è il ministro
dei LL.PP. insieme ai parlamentari calabresi.
Il 31 gennaio 1960 viene pubblicato 'La voce della Pianà diretto
da Domenico Pinizzotto.
Il 22 febbraio 1962 viene pubblicato 'L'Eco del Golfò.
Il 20 luglio 1962 alla presenza delle autorità cittadine, dell'on.le
Antoniozzi, sottosegretario alla Marina Mercantile e del
direttore provinciale della Poste, Iacopino, viene inaugurato il
nuovo ufficio postale centrale di via Sicilia.
Il 16 luglio 1973 inizia l'attività di ricovero l'ospedale
civile "Giovanni XXIII i cui lavori erano stati ultimati nel
1971. È ospedale generale di zona e si presenta con una
superficie complessiva di mq. 15.345. Di questi, 2.000 mq. sono
occupati dall'edificio, 7.730 mq con destinazione a strade e
piazzali e 5.165 mq sono di colture erbose con piante
ornamentali e, intorno, alberi secolari d'ulivo.
I MOTI DI REGGIO
L'attuale area industriale di Gioia Tauro è intimamente
collegata ad uno dei piu' grandi avvenimenti insurrezionali del
dopoguerra in Italia: i moti di Reggio. Il 7 giugno 1970 si va
alle urne per eleggere i consigli regionali.
Reggio, capoluogo da sempre della regione, viene a perdere
quella leadership territoriale a favore di Catanzaro il 14
luglio seguente.
È la scintilla per i moti insurrezionali al grido di 'boia chi
mollà e 'Reggio o mortè che per lunghissimi mesi faranno
scrivere una storia amara, fatta di morti, feriti, disperazione,
follia, odio, rabbia. Il missino Francesco Franco, detto Ciccio,
è il capopopolo della rivolta.
La guerriglia si estende a macchia d'olio. Il 21 seguente gruppi
di dimostranti raggiungono Villa San Giovanni e Melito Porto
Salvo ove si registrano cruenti scontri. Il giorno successivo a
Gioia Tauro esplode un ordigno sui binari, nel mentre si accinge
ad arrivare in stazione il "Treno del Sole". La deflagrazione fa
deragliare l'intero convoglio ferroviario provocando sei morti
ed un centinaio di feriti.
Il 23 luglio la situazione migliora all'annuncio che la
designazione del capoluogo a Catanzaro è provvisoria; c'è un pò
di calma. Ma, non arrivando altre notizie da Roma, a settembre
riesplode la rabbia; fanno la loro comparsa le bombe molotov ed
il tritolo. Gli scontri piu' duri sono nei popolarissimi
quartieri di Santa Caterina e Sbarre. Cinque furono i morti,
oltre una decina i mutilati e gli invalidi permanenti, almeno
500 feriti tra le forze dell'ordine ed un migliaio tra i
cittadini, 1261 persone denunciate di cui 825 a piede libero e
446 arrestate.
Piu' di 10.000 furono gli uomini, tra Carabinieri e Polizia,
mobilitati dal Ministero dell'Interno per far fronte alla
sommossa. I danni economici alla città, bloccata in ogni
attività, vennero calcolati in decine di miliardi. Fu tanta
l'eco dei fatti di Reggio che le televisioni di tutto il mondo,
dall'americana ABC, alla inglese BBC, alla francese ORTF, alla
tedesca ZDF nonché l'agenzia di stampa russa TASS, i quotidiani
Times, New York Time, la Pravda e tutti i giornali italiani,
furono portavoci e testimoni puntuali ed obiettivi di quei
tragici momenti.
Solo la RAI-Tv snobbò gli avvenimenti divulgando, addirittura,
notizie distorte e indicando come teppisti i reggini.
In quei giorni nessun uomo politico si fece vivo a Reggio,
nessun rappresentante del Governo. Lo Stato era impersonato dal
questore Emilio Santillo che riuscì a contenere la tragedia.
Alla fine, Reggio non sarebbe stata piu' il capoluogo regionale.
Nella provincia sarebbero sorti insediamenti industriali che,
sulla carta, avrebbero permesso di dare occupazione a decine di
migliaia di lavoratori: a Saline Joniche sarebbe sorta la
Liquichimica, a Villa San Giovanni una fabbrica di morsetteria,
a Gioia Tauro un megaporto industriale ed il V Centro
Siderurgico.
LE INDUSTRIE
Per la Liquichimica, entrata in produzione nel 1974, si disse
quasi subito che nel ciclo produttivo vi sarebbero stati
elementi cancerogeni (cosa in seguito rivelatasi infondata, però
nel 1982) che avrebbero messo in serio pericolo l'incolumità
degli addetti. Se ne ordinò la chiusura immediata. La
morsetteria di Villa San Giovanni era già nata morta dal momento
che le carte erano state seppellite in chissà quale ufficio
tecnico della Capitale. Il V' Centro Siderurgico di Gioia Tauro
avrebbe dovuto, da solo, occupare oltre 10.700 operai. La cifra
si ridusse subito a 7.500. Il giro economico che vi sarebbe
stato avrebbe fatto da sicuro volano per il rilancio economico
della Piana tutta e dell'intera Calabria. Per la salvaguardia
ambientale, il Centro avrebbe prodotto acciai speciali (intorno
a quattro milioni e mezzo di tonnellate) mediante la fusione dei
metalli attraverso l'uso del riscaldamento elettrico. A
completamento dell'opera ed al suo esclusivo servizio, sarebbe
sorto un porto industriale. Cominciarono quindi gli espropri.
In poche settimane gli escavatori della Timperio S.p.A. di Roma
(alla quale il Co.La.S., consorzio lavori sbancamento aveva
subappaltato i lavori) abbatterono gli alberi ed i camions
trasportarono piu' di sette milioni di metri cubi di terriccio e
sabbia. Ma, mentre i lavori procedevano alacremente, facendo
notare vistosamente un'immensa macchia giallastra, si aveva la
notizia della crisi siderurgica mondiale per cui l'impianto di
Gioia Tauro non aveva ragione di essere costruito. Allora ecco
che si parla della costruzione di un laminatoio a freddo della
Finsider, di un'industria di armi di precisione della OTO-BREDA,
della messa in opera di un cantiere navale (la SMEB di Messina)
e in ultimo una centrale elettrica alimentata a carbone. Di
tutto ciò, solo l'OTO-BREDA ha visto la luce, in agro di San
Ferdinando. Posta in vendita dal gruppo EFIM, cui apparteneva,
verso la fine del 1992, oggi è stata riconvertita per la
produzione di autovetture Isotta-Fraschini. Solo le vicende
della centrale a carbone, invero, sono state seguite con molta
partecipazione dai politici locali e dalla popolazione della
Piana. Già l'8 giugno 1982 il consiglio comunale, con quello di
San Ferdinando, si era espresso favorevolmente all'insediamento
degli impianti Enel. Concepita con alimentazione a carbone, la
centrale elettrica sarebbe dovuta essere realizzata ad una
distanza di 1200 m. dall'abitato di San Ferdinando ed a 3200 da
quello di Gioia Tauro. Composta da quattro gruppi di 660
megawatt, avrebbe avuto la stessa potenza di un analogo impianto
sito a Porto Tolle (RO), quest'ultimo alimentato a combustibile.
La Centrale avrebbe prodotto 40 miliardi di kw ore e la stazione
di smistamento dell'energia prodotta sarebbe stata costruita nel
territorio di Rizziconi. I tempi di costruzione erano previsti
in dieci anni con un'occupazione di 1800 addetti. A lavori
ultimati i posti di lavoro sarebbero da 360 a 400.
Occorre segnalare, ad onor del vero, che nel momento in cui si
parlò dell'impianto con alimentazione a carbone, furono composte
delle delegazioni regionale e comunale che si recarono a Vado
Ligure (SV), Kingsnorth e Rochester (Inghilterra) e negli Stati
Uniti allo scopo di acquisire il maggior numero di dati
possibili circa l'impatto ambientale della Centrale. Le prime
risultanze indussero all'ottimismo. Esistono, si disse, pericoli
di inquinamento, ma esistono pure tecniche già collaudate per
abbattere notevolmente i principali fattori inquinanti. Un
impianto a carbone della potenza complessiva di 2640 megawatt
immette nell'atmosfera qualcosa come 500 tonnellate di anidride
solforosa al giorno, 700.000 metri cubi all'anno di ceneri
nonché una certa radioattività di fondo. Nel 1985 l'Enel ottenne
dal Ministero dell'Industria l'autorizzazione per la costruzione
della Centrale e già l'anno seguente lo stesso Ente elettrico
modificò il progetto iniziale prevedendo il funzionamento
policombustibile, cioè indifferente-mente a metano, olio o
carbone con l'introduzione di desolfuratori.
I lavori per il precantiere vennero interrotti la mattina del 19
luglio 1990 allorquando tutta l'area venne posta sotto sequestro
su disposizioni della Procura della Repubblica di Palmi. Il
provvedimento elencava ben tredici ipotesi di reato che
coinvolgevano il Consiglio di Amministrazione dell'Enel: dalla
violazione delle norme urbanistiche e dell'ambiente, alla
turbativa d'asta e delle norme sugli appalti. Il giudice per le
indagini preliminari presso il Tribunale, Elena Massucco,
accolse la richiesta del Procuratore, Agostino Cordova, e del
suo sostituto, Neri, per evitare la prosecuzione dei reati. I
Carabinieri apposero i sigilli agli uffici presenti: quelli
dell'Italstrade del gruppo IRI-Italstat, la Gambogi del gruppo
Ferruzzi, la C.C.C., consorzio cooperative costruzioni con
l'accusa di associazione mafiosa. Ad agosto il Tribunale della
Libertà di Reggio Calabria confermò il provvedimento della
Magistratura.
Il successivo 12 novembre la 1' sezione della Corte di
Cassazione, presieduta dal giudice Carnevale, annullava senza
rinvio il sequestro dei cantieri. Si poteva, quindi,
ricominciare. Vi fu allora un accordo con il governo per
riaprire i cantieri entro il 1991 ma non accadde nulla. Anzi,
nell'ottobre di quell'anno esplose la rabbia dei 530 lavoratori
che ridussero Gioia Tauro ad un vero campo di battaglia con
azioni da guerriglia urbana che provocarono ingentissimi danni
alla sede municipale, alla ferrovia, ad alcuni istituti di
credito nonché alla stazione delle autolinee. Anche questa volta
il governo propose un nuovo accordo: i lavoratori avrebbero
ricevuto la cassa integrazione fino alla ripresa dei lavori
mentre il Ministro dell'Industria avrebbe presentato al
Consiglio dei Ministri un provvedimento per la riapertura
immediata dei cantieri. Nel marzo 1993 il governo Amato
confermava la realizzazione dell'impianto (a metano) ma a maggio
il nuovo governo, presieduto da Ciampi, cancellava
definitivamente l'articolo del decreto Amato. Ancora una
promessa mancata. Il 29 settembre 1993 veniva raggiunta una
nuova intesa con i rappresentanti del governo, Enel, Regione e
sindacati.
La Centrale veniva ridotta nella taglia, da quattro a due gruppi
policombustibili da 660 megawatt ciascuno ed i lavori avrebbero
dovuto cominciare non piu' tardi di sette mesi impie-gando per
cinque anni una forza lavoro di 1800 unità fino a ridursi a 400
a lavori ultimati. Risultato? Il nuovo governo Berlusconi ha
deciso per lo smantellamento anche dei pre-cantieri. E il porto
industriale? Venne deciso dal governo Andreotti di continuare
nell'opera. Il 31 marzo 1975 la Cassa per il Mezzoggiorno affidò
l'appalto per i lavori di costruzione al Co.Gi.Tau (Consorzio
Gioia Tauro), un sodalizio di imprese composto da imprese
nazionali fra le piu' prestigiose: Astaldi, Di Penta (presidente
del Consorzio), Lodigiani, Grassetto, Vianini, Gambogi, Sogene (piu'
tardi si aggiungerà la Graci). Vennero pure affidati (alla
Merolla di Napoli, poi fallita) i lavori per la costruzione dei
raccordi stradali e ferroviari tra il porto e l'autostrada del
sole.
Tratto da "Gioja Tauro - Vicende storiche cittadine da
Metauros ad oggi" di Pietro P. Vissicchio |
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